martedì 28 ottobre 2014

60° anniversario del ritorno di Trieste all'Italia: il corteo di Trieste Pro Patria


Ad un paio di giorni dal corteo organizzato per il 60° anniversario della seconda Redenzione di Trieste, abbiamo addosso un turbine di emozioni e di sentimenti che ancora ci scuote... Ma su tutte, la sensazione dominante è un grande orgoglio, orgoglio di aver portato in strada tante persone di ogni età, provenienza politica e sociale, raccolte intorno al formidabile manipolo di militanti di Trieste Pro Patria.
Qualcuno, ovviamente, scatenerà la sua guerra dei numeri, i soliti noti vorranno provare a deriderci sostenendo che le circa 250 persone che hanno sfilato con noi siano i proverbiali “4 gatti”... fatica sprecata, perché a noi i numeri interessano poco! L'importante, in questa come in altre occasioni, era esserci e far sentire la nostra voce, presenti tra la gente, forti di un'ideale superiore, contro le mode, contro veleni ed insinuazioni, contro la malapolitica alla quale qualcuno tenta maldestramente di associarci, contro il vuoto di ideali, contro il disimpegno ed il materialismo oggi dilaganti... contro tutto e tutti, siamo nuovamente tornati a manifestare per le strade della nostra città, "armati" solo di alabarde e di tricolori, di bandiere istriane, fiumane e dalmate, i simboli della nostra identità, della nostra appartenenza culturale. E' stato un corteo energico, coloratissimo, vociante, giovanilista, movimentista... da brividi. Negli occhi dei partecipanti di ogni età c'era tanta voglia di Italia, ma di un'Italia migliore, onesta, pulita, dell'Italia che abbiamo sempre sognato, libera e sovrana, degna del suo passato e di chi ha fatto grande la nostra cultura.
C'era in ognuno la voglia di gridarlo in faccia al mondo vile, ai poteri forti, ai rinnegati presenti in ogni dove, ai benpensanti talvolta insofferenti della nostra esuberanza; siamo orgogliosi di avere dato una scossa a centinaia di triestini che finalmente hanno manifestato con foga la loro identità, ora sappiamo che dietro a noi ci sono tante persone, che possiamo contare su tanti ragazzi, uomini e donne che in silenzio condividono i nostri sentimenti e sono pronti a rispondere al nostro appello, a scendere in piazza per difendere la nostra Identità.
Tutto questo, evidentemente, dà molto fastidio a chi da molti giorni spargeva odio in vista di questo fine settimana, non tanto e non solo contro di noi, ma contro l'italianità in generale, contro la storia della nostra città e della nostra regione. Qualcuno ha quindi tentato la via del tranello, della provocazione, persino dell'infame offesa ai caduti che stavamo solennemente ricordando, ma la pazienza dei nostri patrioti è stata più forte, per quanto la situazione lo potesse consentire.
Ovviamente, ciò che affrontiamo noi oggi non è assolutamente paragonabile a quanto faceva e quanto rischiava chi scendeva in piazza 60 anni fa. Proprio per questo, sulla scalinata della chiesa di Sant'Antonio, abbiamo onorato i 6 triestini caduti vittime della Polizia Civile nel novembre 1953, scandendo i nomi di Piero Addobbati, Erminio Bassa, Leonardo Manzi, Saverio Montano, Francesco Paglia e Antonio Zavadil, seguiti dal “PRESENTE” lanciato al cielo con fierezza. Abbiamo concluso ricordando il senso di questa manifestazione: celebrare un momento decisivo della storia contemporanea triestina: quell'ultimo ritorno alla Madre Patria che la maggior parte dei triestini aveva ampiamente dimostrato di volere; mentre manifestavano per quel risultato in condizioni assai diffili, essi non pensavano affatto ad un ipotetico benessere, a vantaggi economici che ci sarebbero stati o meno, essi reclamavano semplicemente il diritto a manifestare la propria identità italiana, il desiderio di tornare uniti ai propri connazionali, nel bene e nel male, nei momenti positivi come in quelli difficili. Proprio per questo, chi oggi continua a ripetere che il ritorno dell'Italia a Trieste non è stato “un buon affare” dimostra di non comprendere cosa accadeva all'epoca e non sposta di un millimetro i nostri ideali. Parimenti, abbiamo sottolineato che non possiamo e non vogliamo dimenticare che in quel fatidico 26 ottobre del 1954, mentre a Trieste si gioiva, in Istria si piangeva, preparandosi ad un nuovo tragico esodo, per la definitiva consegna alla Jugoslavia della zona B e persino di un tratto di zona A, da Albaro Vescovà a Punta Grossa.
Oggi, nello sfacelo della politica e nella totale sfiducia verso le istituzioni, proliferano indipendentismi e pare di moda rinnegare la propria identità, l'odierna bufera spazza le coscienze spaesate, come foglie autunnali sollevate e disperse da ogni soffio di vento. Ma in mezzo alla tempesta, c'è ancora chi ha radici ben piantate e resiste a qualsiasi intemperia, saldo nel suo ideale, coerente nella sua coscienza.
LE RADICI PROFONDE NON GELANO

(foto Bosazzi e Viezzoli)

giovedì 9 ottobre 2014

CALENDARIO DELLE CELEBRAZIONI 60° ANNIVERSARIO DELLA SECONDA REDENZIONE DI TRIESTE

25 ottobre ore 11, presso ex cippo confinario di Duino nei pressi della entrata Cartiera del Timavo: cerimonia della Lega Nazionale e di Trieste Pro Patria.
25 ottobre ore 18: Piazza Oberdan: corteo di Trieste Pro Patria e della Lega Nazionale
25 ottobre ore 21: concerto patriottico organizzato da Trieste Pro Patria - entrata libera, suonerà il gruppo Decima Balder (per info: triestepropatria@gmail.com)
26 ottobre: Piazza Unità d'Italia, cerimonie ufficiali con presenza autorità, ore 10.00 Alzabandiera, a seguire, seduta solenne Consiglio Comunale; ore 17.00 Ammainabandiera.
27 ottobre ore 17, presso Sala Museo Revoltella: manifestazione di chiusura celebrazioni 60° della Seconda Redenzione, organizzato da LEGA NAZIONALE e con la partecipazione di Trieste Pro Patria.

sabato 4 ottobre 2014

Trieste, 1953-54. Conferenza con Antonio Ro


Il 26 settembre abbiamo avuto il piacere di ascoltare la testimonianza di Antonio (Nino) Ro, classe 1930, triestino da molti anni emigrato in Australia, che ha vissuto in prima persona e già da uomo il periodo del GMA ed in particolare i tumultuosi avvenimenti del 1952-54. Pochi giorni dopo, una simile conferenza dal titolo “I valori dei giovani di ieri e di oggi” è stata organizzata dal gruppo giovanile della Lega Nazionale, sempre con la partecipazione di Antonio Ro. Abbiamo conosciuto Antonio oltre un anno fa tramite i social network, trovandolo sconcertato come noi dalla deriva ideologica presa da molti triestini, lasciatisi trascinare dai ben noti movimenti italofobi che li hanno spinti a rinnegare la propria identità. Antonio ha voluto essere nella sua Trieste nel 60° anniversario del ricongiungimento all’Italia, un ritorno, il suo, estremamente sentito, un richiamo irresistibile della sua città natale; abbiamo approfittato per avere l’onore di conoscerlo di persona e per ascoltarne la sentita testimonianza, per sentire il racconto di un periodo che ci sta molto a cuore dalla voce di un protagonista. 
Chi sente parlare Antonio non può che stupirsi per l’estrema lucidità e facilità di parola che non ne tradiscono assolutamente l’età, ma può anche apprezzare il dialetto triestino di un tempo, mantenutosi incorrotto con la lontananza. Soprattutto, ascoltando Antonio si  intuisce subito quanto lui porti con orgoglio il suo bagaglio di esperienza maturato in quel difficile periodo. I primi ricordi sono stati quelli del maggio-giugno 1945, di cui l’allora giovane Nino ha raccontato il clima cupo e pregno di tensione: durante i 40 giorni i triestini vivevano nel terrore, ogni giorno si rincorrevano i racconti di gente portata via, verso un ignoto destino. Proprio per questo, il 12 giugno, l’arrivo degli alleati fu accolto con grande entusiasmo; nessuno poteva prevedere, in quel momento, quanta tensione sarebbe sorta anche con gli inglesi, di lì a qualche anno.
In seguito, i triestini cominciarono a soffrire quella situazione provvisoria, con il GMA che si stava protraendo troppo a lungo e dava a tutti un senso di precarietà, anche perché la situazione dei rapporti internazionali rendeva sempre più evidente che la reale attuazione del Territorio Libero era impossibile; si trattava, oltretutto, di un soggetto politico calato dall’alto, che nessun triestino aveva voluto.
Iniziò in quel periodo la lunga fase delle manifestazioni per l’italianità, con i primi consistenti incidenti il 20 marzo del 52; va infatti ricordato che il 20 marzo del 1948 fu diramata la “nota tripartita”, con la quale USA, Inghilterra e Francia avevano dichiarato di voler restituire all’Italia l’intero TLT (compresa la zona B occupata dalla Jugoslavi). Gli anni successivi, gli italiani manifestavano proprio nell’anniversario di quella dichiarazione, chiedendone a gran voce l’applicazione; non molti sapevano, però, che lo strappo tra Tito e Stalin aveva migliorato la posizione jugoslava e di fatto reso difficilmente attuabile quella soluzione positiva.
Antonio ricorda molto bene quella fase di storia triestina: operaio presso un’officina, partecipava alle sempre più frequenti manifestazioni, che di solito partivano spontaneamente dagli studenti delle scuole superiori ed in particolare dal viale XX settembre; gli studenti davano spesso vita a cortei improvvisati, cui si univano molti lavoratori come lui, si trattava in buona parte di gente del popolo, animata da sinceri ideali. Oggi qualcuno pretende di insegnarci che i manifestanti erano portati da fuori e le dimostrazioni erano orchestrate dall’alto, per dare la finta immagine di una Trieste italiana; ma Nino ricorda bene chi partecipava alle manifestazioni: si trattava in massima parte di giovani triestini, rinforzati, solo nelle occasioni principali, da giovani venuti da fuori città. Questa partecipazione esterna era qualcosa di naturale e spontaneo, in quanto tanta gente, a quei tempi, era solidale con i triestini e con la loro battaglia per l’italianità. Uno degli aspetti più interessanti è che in quelle massicce manifestazioni si univa gente di varie provenienze politiche: missini, democristiani, repubblicani, socialisti; tutti costoro erano ben consapevoli delle diverse idee e scelte elettorali, ma non importava, non trovavano difficoltà a manifestare assieme, uniti dalla loro italianità. Alle diverse anime corrispondevano anche vari ritrovi, presso sedi associative o di partito, dove in alcuni casi si passava anche il tempo libero, si ballava la sera, si trovava comunque un punto di aggregazione.
Nino ci ha parlato anche di come vedeva il partito autonomista, che era sorto dopo il Trattato di Pace ed aveva iniziato a mettersi in evidenza con le elezioni del 1949. Questi indipendentisti erano visti, dalla maggioranza della popolazione di sentimenti italiani, come filo-jugoslavi, appoggiati politicamente e finanziariamente da Belgrado. E’ alla luce di questo che si deve valutare la devastazione della loro sede di Corso Italia, durante le manifestazioni del ’53, le cui immagini sono ancor oggi ben note.
Antonio ha voluto evidenziare come la tensione dei manifestanti era rivolta soprattutto contro gli inglesi, perché erano loro i responsabili dell’ordine pubblico a Trieste e si dimostrarono abbastanza ostili alle aperte manifestazioni di italianità, oltre che esecutori dell’odiosa proibizione dell’esposizione di bandiere tricolori. Generalmente non vi era un diffuso astio verso la Polizia Civile, composta in buona parte da concittadini che eseguivano gli ordini dei superiori; diversa era invece la percezione del Reparto Mobile, che aveva fatto la sua prima comparsa proprio nel ’53 nella gestione dell’ordine pubblico e si era distinto per i metodi molto più ruvidi. La popolazione era invece generalmente più benevola nei confronti degli americani che, ha ricordato Nino, mai si erano dimostrati ostili a chi manifestava per l’italianità di Trieste e tra l’altro non gestivano direttamente l’ordine pubblico.
Durante il racconto, è chiaramente emerso come a fomentare la tensione c’erano anche i rapporti tesissimi tra Italia e Jugoslavia, che all’apice dell’ostilità, nel 1953, schierarono le rispettive truppe nei pressi del confine; a gettare benzina sul fuoco, ci fu anche il minaccioso discorso di Tito a Sambasso, vicino al confine goriziano. Oggi, nel valutare gli eventi di quel periodo, molti dimenticano che la minaccia che Trieste potesse ricadere sotto occupazione jugoslava era purtroppo più che concreta e non era frutto della presunta propaganda italiana. Basti pensare alle dichiarazioni aggressive di Tito, che aveva affermato a chiare lettere, dopo la “nota bipartita” dell’8 ottobre del ’53, che la Jugoslavia non sarebbe rimasta inerte in caso di restituzione della città all’Italia. A conferma di un tanto, ci fu anche l’atteggiamento dei comunisti triestini, che (ormai contrari a Tito dopo la rottura tra Mosca e Belgrado del ‘48) si erano detti pronti a prendere le armi in caso di invasione dei titini, per bocca del loro capo Vittorio Vidali. Tra l’altro, la capacità di difesa degli alleati si limitava ai soli 10.000 uomini presenti nella zona A, in applicazione del Trattato di Pace; gli jugoslavi, invece, erano liberi di schierare ingenti truppe nel territorio già di loro sovranità, che circondava l’altipiano triestino. Anche Antonio conferma questo sentimento che la popolazione di allora viveva: il ricordo dei famigerati 40 giorni era ancora fresco e la paura del ripetersi di qualcosa di simile era palpabile. Tutti percepivano che l’incompiuto TLT era ormai alla fine e l’alternativa per Trieste era tornare all’Italia o finire preda della Jugoslavia.
Un’altra riflessione interessante ha riguardato il motivo che spingeva tanti giovani a scendere in piazza: si voleva il ritorno dell’Italia soprattutto per poter manifestare la propria identità; molti omettono di ricordare, infatti, che all’epoca il tricolore non poteva sventolare sul municipio e non si poteva manifestare con la bandiera italiana. Per questo, scendere in piazza con il tricolore era un rischio, un atto di ribellione e di coraggio. Anche per questo, ha detto Nino, oggi non tantissimi scendono in piazza nelle occasioni patriottiche o commemorative: perché l’appartenenza di Trieste all’Italia è qualcosa di scontato, non è più un obiettivo da conquistare; la propria appartenenza culturale al popolo italiano è ovvia ed indiscussa, molti non sentono il bisogno di manifestarla nelle strade; oltre a questo, chiaramente, vi è anche la sfiducia verso la politica e le istituzioni, che da molti non vengono distinte dal concetto identitario di Patria. 
Il nostro Nino è però anche uno dei tanti emigrati in una terra lontana ed anche questo è stato un argomento molto interessante. A suo avviso, solo una minoranza di coloro che partirono come lui negli anni cinquanta lo faceva per motivi politici, ossia per essersi compromessi militando nella Polizia Civile, in altri organi del GMA o nel partito indipendentista, o comunque in quanto scontenti del ritorno dell'Italia. Secondo il racconto di Nino, la maggior parte dei partenti ha preso le più svariate vie del mondo in cerca di fortuna, di lavoro, di migliori condizioni di vita, in molti casi anche per spirito di avventura e sperando in futuro di poter tornare. Tantissimi dei partenti erano istriani, che provenivano direttamente dalla terra d'origine, oppure dai campi profughi allestiti a Trieste e in altre parti d'Italia. In ogni caso, in Australia Nino non ha mai incontrato sentimenti di odio o risentimento verso l'Italia e gli italiani, anzi, tantissimi emigrati o loro figli frequentano le associazioni che rappresentano gli italiani nel mondo. 
Seduti in prima fila, a seguire il racconto, c’erano altri 3 “ragazzi del ‘53”, che sono più volte intervenuti, dando vita ad un racconto molto vivace ed avvincente, che ha permesso di rappresentare quei giorni da diversi punti di vista e con molte sfaccettature.
Alla fine, abbiamo rivolto un sentito e caldo ringraziamento ad Antonio Ro, che ha saputo trasmetterci tutta la sua passione e soprattutto renderci partecipi delle motivazioni e dello stato d'animo che mosse i protagonisti di quegli anni difficili.

venerdì 3 ottobre 2014

60° anniversario del ritorno di Trieste all'Italia

IERIMO, SEMO, SAREMO...
Il 25 ottobre celebreremo l'anniversario di un momento trionfale e nefasto al tempo stesso: il ritorno di Trieste all'Italia ed il distacco dalla Patria dell'ultimo lembo d'Istria (la "zonaB").
In linea con la mentalità e le finalità di Trieste Pro Patria, non ci limiteremo a ricordare il passato, ma proporremo delle riflessioni sui reali problemi che attanagliano oggi la nostra povera Italia, governata da molti anni da una classe politica da cui non ci sentiamo rappresentati. 
Unisciti a noi nel celebrare il ritorno di Trieste alla Patria,
nel ricodare il legame con le terre perdute,
nel reclamare un'Italia migliore, una Nazione degna del suo passato!

 

lunedì 16 giugno 2014

Commemorazione delle vittime dei bombardamenti del 1944

Il 10 giugno Trieste Pro Patria ha voluto ricordare un episodio tragico ma poco commemorato della storia cittadina: il bombardamento anglo-americano del 10 giugno 1944, la prima ma anche la più terribile delle incursioni subite da Trieste in quegli anni di guerra. In quel periodo, i triestini si stavano illudendo di poter rimanere indenni dalle disastrose missioni delle “fortezze volanti”, ormai già note in molte parti d'Italia. Invece, in quel solo giorno perirono sotto le macerie ben 463 persone, un migliaio furono i feriti, oltre 4000 i sinistrati, con un centinaio di case distrutte e circa 300 gravemente danneggiate. Altri bombardamenti insistettero su Trieste fino al termine della guerra, essi furono meno pesanti ma si giunse al bilancio di circa 700 vittime totali. Eppure, queste cifre sono di gran lunga inferiori a quelle registrate in altre città italiane duramente colpite, come ad esempio Foggia, per la quale si parla di circa 20.000 vittime, o come Zara, che dopo un incredibile accanimento contò oltre 2.000 vittime, su circa 22.000 abitanti.
Di fronte alla targa che in maniera molto discreta ricorda l’evento, sul fianco della chiesa di San Giacomo, una cinquantina di patrioti ha voluto ricordare quel primo terribile bombardamento degi anglo-americani su Trieste, senza paura di dire apertamente chi fu responsabile di tanti massacri, chi mise in atto bombardamenti a tappeto che oggi si definirebbero “terroristici”, azioni che troppo spesso andarono ben al di là degli obiettivi militari, causando vere e proprie stragi ai danni della popolazione; molto verosimilmente, tali incursioni erano finalizzate a fiaccare la popolazione civile, a diffonderne il malcontento verso il proprio governo. Non per niente, anche a Trieste, uno dei rioni più colpiti fu San Giacomo, tra i più popolari e ad alta densità abitativa.
Nell'onorare tutte le vittime di quella sciagurata strategia bellica, il nostro pensiero è quindi andato alle molte località italiane che subirono danni e lutti ben maggiori.

martedì 3 giugno 2014

Giro d'Italia a Trieste

 Il 1 giugno Trieste ha accolto il Giro d'Italia. Noi c'eravamo, coi nostri tricolori e con tutto il nostro orgoglio, per un evento che ha portato in città tanta gente ed una ventata di vita e di positività, che ha contemporaneamente portato in tutto il mondo le immagini della nostra splendida città, offrendole una grande occasione di visibilità.
La conclusione del Giro d’Italia proprio a Trieste è stata congegnata dichiaratamente per rendere omaggio al 60° anniversario del ritorno di Trieste all’Italia. Anche per questo, pur rifiutando qualsiasi logica di strumentalizzazione di un evento sportivo, abbiamo scelto di essere presenti, col nostro entusiasmo, coi nostri tricolori e con tutto il nostro orgoglio. Il momento più spettacolare ed apprezzato da triestini, sportivi e turisti è stata indubbiamente l’esibizione delle frecce tricolori; non poteva esserci miglior raffigurazione dell’abbraccio ideale tra Trieste e la Patria.
Fortunatamente, non hanno trovato grande visibilità coloro che hanno cercato squallidamente di sfruttare quest’evento per mettere in piazza le ormai logore teorie indipendentiste, affermando addirittura che “Il Giro d’Italia ha sconfinato all’estero”.
Da sempre il Giro è un evento molto popolare e talvolta ricco di significati extra sportivi, anche per la nostra città. Vi proponiamo la cronaca di quello del 1946, tratta dal libro di Roberto Degrassi "Trieste in maglia rosa".
La vittoria più bella, quella che vale una vita intera, negli annali non esiste. Eppure c'è stata. Eccome se c'è stata. Ha fatto la storia, quella vera. Altro che Giro, altro che sport. Di più, molto di più. Giordano Cottur ne è andato fiero fino all'ultimo dei suoi giorni. Testone di un triestino. Non ci fosse stato lui quella tappa sarebbe finita lì, tra agguati, sassi, pallottole e filo spinato. Non ci fosse stato lui Trieste non avrebbe vissuto il giorno più bello del 1946. […] La guerra è finita. L'Italia vuole rinascere, risollevarsi dalle macerie, riemergere dalla povertà, tornare a guardare avanti. Trieste invece è una città che non conosce il proprio futuro, un punto sulla carta geografica conteso tra le nazioni e ostaggio delle diplomazie. I destini dei popoli si decidono tracciando una linea sul mappamondo.[...] Gli organizzatori della Gazzetta dello Sport vogliono rilanciare il Giro d'Italia. Quella del '46 deve essere l'edizione della rinascita. Un messaggio di speranza, il segnale che anche lo sport riparte. Il direttore della Gazzetta, Bruno Roghi, sogna un percorso che tocchi ogni regione, ogni angolo d'Italia. Sogna anche Trieste, con la consapevolezza che dovrà superare montagne per riuscire a realizzare il progetto. Trieste è un territorio a rischio, in molti provano a dissuadere gli organizzatori. Intanto l'Italia va alle urne per scegliere tra Monarchia e democrazia. In oltre 12 milioni votano per la Repubblica il 2 giugno. Il Giro d'Italia è previsto per il 15. Tra le tante, una tappa è la più suggestiva per il suo significato: la Rovigo-Trieste.
Le sorti di Trieste scuotono le coscienze degli Italiani. A Bassano del Grappa c'è un industriale, si chiama Mario Dal Molin, ha ereditato dal padre Pietro una fabbrica di biciclette che ha un marchio inglese, Wilier, acquisito molti anni prima. Ha saputo che a Trieste c'è chi vorrebbe mettere assieme un gruppo di corridori locali per partecipare alle gare più importanti della stagione ma manca tutto: soldi, biciclette, assistenza. Dal Molin ne fa una questione di orgoglio. Raccoglie alcuni dei migliori ciclisti veneti e ingaggia Giordano Cottur, un campione triestino in sella a una bicicletta che, realizzata negli stabilimenti Wilier, viene ribattezzata “La Triestina”. Quella che prende corpo non è una squadra: è un inno a Trieste. Maglie rosse e alabarda sul petto, in ogni gara cui parteciperà quella formazione, diventerà un richiamo all'italianità della Venezia Giulia. E nessuno si prende la briga di smentire quando con patriottico entusiasmo qualcuno equivoca il nome della fabbrica: Wilier diventa così l'acronimo di W Italia Libera E Redenta.
Il mondo, talvolta, è dei sognatori. E la Wilier Triestina è essa stessa un sogno. Un manipolo di uomini si coalizza, non c'è bisogno di molte parole. Giordano Cottur, fermato dalla guerra, vuole rimettersi in gioco. Ha 32 anni ma ha ancora lo spirito di un guerriero e l'intraprendenza di un ragazzino alle prime armi. […] C'è una sola tappa che per lui conta: la Rovigo-Trieste. Ma il giorno prima del via è come se il mondo gli fosse crollato addosso: motivi di opportunità consigliano gli organizzatori di rivedere i piani e sopprimere l'arrivo triestino. La frazione che partirà da Rovigo si concluderà a Vittorio Veneto. La reazione di Cottur è rabbiosa: vince di potenza la prima tappa Milano-Torino. Un triestino in maglia rosa. Mai un ordine di arrivo è stato tanto applaudito. Il direttore della Gazzetta Roghi sintetizza il pensiero di tutti: <<Oggi non abbiamo che un nome sulle labbra e nel cuore: Giordano Cottur che a un “no” per Trieste elaborato ai tavoli delle caute diplomazie, risponde con un “si” a tutti gli sportivi italiani>>.
Le diplomazie, intanto, continuano a lavorare, da Trieste i rappresentanti del GMA raccontano della speranza tradita di una città e di una possibile strumentalizzazione. L'Italia che trascura Trieste potrebbe diventare un facile argomento per la propaganda filo-titina. Gli organizzatori non aspettavano che questa richiesta. La Rovigo-Vittorio Veneto sparisce, si torna a Trieste e stavolta non ci saranno ripensamenti. [...]
Da Rovigo a Trieste è un rettifilo ininterrotto. Cottur già una volta, anni prima, si è inventato una vittoria dal niente nella sua città. Ha una voglia che se lo mangia vivo, qualcosa improvviserà. I compagni della Wilier Triestina sono lì per aiutarlo. Cervignano, campi di Granoturco ai lati della strada che passa via veloce. Pochi chilometri e si entrerà nella zona A, poi la costiera e infine l'arrivo a Trieste[...] I pensieri accompagnano le pedalate. Il ponte sull'Isonzo, sullo sfondo le alture del Carso, Cottur allunga.[...] Un paio di corridori lo raggiungono, si rialza, pronto a riprovarci. E invece a Begliano si scatena l'inferno. Qualcuno, nascosto tra i campi, scaglia pietre. I sassi diventano sempre più numerosi e sempre più grossi. Alcuni corridori tentano di frenare, cadono travolgendone altri. Sconcertati, i ciclisti risalgono e riprendono la strada. Pochi metri ancora e davanti ai loro occhi trovano massi in mezzo all'asfalto e bidoni e pezzi di filo spinato. Dai campi dove erano rimasti acquattati, emergono alcuni ragazzi. Volano altre pietre. “Il Giro non deve arrivare a Trieste”. Il servizio d'ordine non ha bisogno di spiegazioni per capire: dietro l'assalto ci sono i filo-titini che voglioni impedire l'ingresso della carovana a Trieste, solo molto più tardi si saprà il nome dell'ideatore dell'agguato: il leader del Fronte di Liberazione Franc Stoka.
Dopo i sassi, gli spari, dai campi, dalla strada. Gli uomini dell'assalto ora ricorrono al fucile. Gli agenti che scortano i corridori rispondono al fuoco, un poliziotto rimane ferito. I ciclisti cercano riparo, qualcuno si butta in un covile, Bartali si rifugia sotto una Millecento, Coppi si mette in salvo. Altri hanno sulla faccia insanguinata i segni della sassaiola. Le pallottole della polizia disperdono i delinquenti. Corridori ed organizzatori si guardano l'un l'altro... che fare? Gli atleti sono sotto choc, alcuni ciclisti sembrano impietriti, appoggiati alla bicicletta con gli occhi sbarrati e un filo di respiro. Giordano Cottur marca dappresso gli organizzatori: “Io a Trieste ci voglio arrivare”. Passano i minuti, le ore, la tappa ormai è compromessa. Chiuderla lì però significa darla vinta a chi ha voluto sfregiare il giro. A Trieste è dal mattino che hanno riempito l'ippodromo per aspettare i corridori. Si decide di non decidere. Annullato il significato sportivo, ognuno si regoli in coscienza. Partono i primi mezzi per Udine, partono anche i grandi, Coppi e Bartali. Giordano Cottur rimane impiantato in mezzo alla strada e insiste: “Io a Trieste ci voglio arrivare”. Suggerisce l'idea di mandare un atleta per squadra, un gesto simbolico per dimostrare l'attaccamento del Giro al pubblico triestino. Gli organizzatori tergiversano: non si può costringere un corridore ad affrontare rischi se non se la sente. Ma c'è chi si fa avanti: l'intera Wilier Triestina. Quello è un traguardo che va onorato, non arrivarci sarebbe un tradimento. Si aggiunge qualche altro ciclista. Alla fine si contano: sono in 17 […] Corridori e biciclette vengono sistemati sulle camionette dei soldati americani. La tappa è virtualmente annullata. Si corre solo per Trieste. I ciclisti vengono sbarcati a Grignano per completare il percorso fino a Montebello. Barcola, viale Miramare, la gente ai bordi della strada è impazzita. Una sfilata fino all'ippodromo? Forse, o forse no. Cottur aveva un sogno la sera prima: arrivare primo al traguardo. Il gruppo capirà. Attacca dove aveva previsto, non è una rasoiata feroce, gli altri non reagiscono. Qualche decina di metri che gli basta per arrivare per primo a Montebello. Un trionfo. L'estasi. Non si poteva rinunciare a una gioia così.
Fiori, baci, occhi lucidi, applausi. Una città che diventa un infinito abbraccio per un uomo solo. Potenza dello sport: quell'omino lì in maglia alabardata sembra un gigante.
Bruno Roghi sulla Gazzetta scriveva: <<I giardini di Trieste non hanno più fiori. Le campane di Trieste non hanno più suoni. Le bandiere di Trieste non hanno più palpiti. Le labbra di Trieste non hanno più baci. I fiori, i palpiti, i suoni, i baci sono stati tutti donati al Giro d'Italia>>.
Tratto da R. Degrassi, Trieste in maglia rosa, Luglio editore, 2014

martedì 6 maggio 2014

1 maggio tricolore

Si è svolto in Piazza Sant'Antonio l'annunciato presidio “1 maggio tricolore” di Trieste Pro Patria; questa "contromanifestazione" è stata voluta per rompere il monopolio di gruppi politici estremi ed anti nazionali e dei soliti patetici nostalgici titoisti e jugoslavisti che funestano ogni anno questa ricorrenza con le loro cadaveriche ed ammuffite divise e bandiere, una ricorrenza che dovrebbe riguardare esclusivamente il mondo del lavoro e i suoi problemi. Sullo sfondo delle note dell'inno di Mameli, dello sventolio dei tricolori e delle bandiere delle Terre d'Istria, Fiume e Dalmazia, oltre un centinaio di patrioti ha manifestato vivacemente dalle ore 9 alle 12.30, rivitalizzando la piazza che il 5 maggio 1953 è stata teatro di tragici scontri e luogo di sacrificio per 4 giovani triestini. Va sottolineata la partecipazione eterogenea per età e collocazione sociale, che ben rappresenta la realtà di Trieste Pro Patria, animata da lavoratori dipendenti, precari, piccoli imprenditori, studenti e pensionati.
Alle ore 11 si è svolto un comizio che ha richiamato l'attenzione sul fatto che, allo stato attuale, questa non si può affatto definire una giornata di festa. 
Non può essere la festa del lavoro, vista la disperata situazione in cui si trova una consistente parte del popolo italiano, stretta tra disoccupazione e precariato, stanca delle promesse di una classe politica incapace di dare risposte ai reali problemi della gente.
Non può essere una festa per Trieste, che non dimentica il tragico 1 maggio del 1945, che vide l'ingresso in città delle truppe di Tito, le quali approfittarono della falsa veste di liberatrici per aprire un periodo di terrore, col fine di eliminare chiunque fosse ostacolo alle mire di annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia.
Nell'affrontare gli argomenti di attualità, il nostro presidente ha invitato la classe politica italiana a cambiare decisamente rotta rispetto alle fallimentari politiche con cui, negli ultimi 30 anni, si è scelleratamente ceduto la sovranità economica, politica e monetaria dello stato agli organismi sovranazionali che stanno portando il paese alla rovina, all'insaputa del popolo italiano che ne ignorava le tragiche conseguenze e mai è stato consultato. L'oratore ha quindi ribadito la necessità del recupero della sovranità nazionale e di tutto quello che essa comprende, dall'indipendenza militare alla tutela del made in Italy, fino al rifiuto di odiose norme mortificanti come il MES, il Fiscal Compact e la direttiva Bolkestein. 
Ma il primo maggio è anche la ricorrenza della tragica invasione titina della nostra città e di tutta la Venezia Giulia, con le conseguenze che conosciamo, quali uccisioni, torture, sparizioni, tentativo di annessione con la pratica del terrore; la ricorrenza di questo evento viene da sempre ignorata da autorità e stampa locale, come se i famigerati 40 giorni non fossero mai esistiti. Trieste Pro Patria ha chiamato quindi a raccolta coloro che non possono identificarsi nelle sfilate e celebrazioni ufficiali del 1 maggio, un ipocrita carrozzone che si porta dietro simboli di ideologie che nulla hanno a che vedere con il mondo dei lavoratori. Trieste Pro Patria è convinta che bisogna finalmente guardare avanti e pensare ai problemi di oggi, ma non può rimanere insensibile di fronte a chi, anora oggi, approfitta della festa del primo maggio per commemorare l'arrivo del IX corpus, esponendo o sfilando con simboli ed emblemi che alla nostra gente evocano solo odio e terrore.
Trieste Pro Patria non dimentica e resterà sempre vigile contro negazionisti, anti-nazionali, truffaldini, ladri di storia, di valori... e di denari!
Ancora una volta, la nostra manifestazione si è svolta sotto il solo simbolo del tricolore, l'unica bandiera che può e deve unire la parte sana del popolo italiano, superando ideologie ed appartenenze partitiche.

mercoledì 16 aprile 2014

Trieste Pro Patria scende in strada!


1 MAGGIO 2014

1 MAGGIO TRICOLORE PER RICORDARE CHE QUESTO NON E' NE' UN GIORNO DI "FESTA" NE' TANTO MENO "DEL LAVORO", LAVORO CHE OGGI MANCA DRAMMATICAMENTE PER LE SCELLERATE POLITICHE DEI GOVERNI CHE SI SONO AVVICENDATI NEGLI ULTIMI 30 ANNI, AI QUALI RICORDIAMO L'ART. 1 DELLA COSTITUZIONE:
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

1 MAGGIO TRICOLORE PERCHE' SIAMO STUFI DI BANDIERE DI PARTE PER QUELLA CHE DOVREBBE ESSERE UNA RICORRENZA PER TUTTI GLI ITALIANI CHE HANNO COME UNICA BANDIERA, COME SI EVINCE DAL'ART. 12 DELLA COSTITUZIONE:
La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

1 MAGGIO TRICOLORE PER RICORDARE AGLI SMEMORATI CHE IN QUESTA DATA, ANNO 1945, INCOMINCIAVANO I 40 GIORNI DI OCCUPAZIONE DELLE BANDE JUGOSLAVE DI TITO, CHE LASCIAVANO A TRIESTE UN TRAGICO RICORDO DI PERSONE SPARITE, UCCISE, TORTURATE ED INFOIBATE CHE I NOSTALGICI DELLA STELLA ROSSA SULLA BUSTINA, APPROFITTANDO MESCHINAMENTE DI QUESTA RICORRENZA, CELEBRANO TIRANDO FUORI DAGLI ARMADI I LORO SQUALLIDI VESSILLI DA RIPROPORRE COME SIMBOLO DI MORTE E DI SOPRAFFAZIONE SUI CITTADINI ITALIANI DI TRIESTE E NON SOLO.


PER TUTTI QUESTI MOTIVI INVITIAMO LA CITTADINANZA A SCEGLIERE UN PRIMO MAGGIO ALTERNATIVO, IL PRIMO MAGGIO TRICOLORE DI TRIESTE PRO PATRIA.

venerdì 11 aprile 2014

Sovranità e dintorni

Il Tribunale di Trieste
Il 19 e 20 marzo si sono svolte due udienze sulla cosiddetta “Questione di Trieste”, la prima presso il Tribunale di Trieste, (causa intentata da Roberto Giurastante nei confronti del giornalista veneto Gandi), la seconda presso il Consiglio di Stato di Roma (ricorso proposto dallo stesso Giurastante e da svariati aderenti al Movimento Trieste Libera per l'annullamento delle elezioni regionali del 2013). Entrambi i pronunciamenti hanno confermato la sussistenza della sovranità italiana su Trieste, rigettando le motivazioni proposte dai legali di Giurastante; va detto che, al momento, è difficile commentare entrambe, in quanto il testo completo delle motivazioni non è ancora disponibile. Eppure, proprio sull’ordinanza del 19 la fazione indipendentista triestina ha già iniziato a tirare le sue conclusioni, in buona parte incredibilmente, trionfali. Trieste Libera afferma di aver addirittura “messo alle strette la magistratura italiana”, in quanto il giudice, a differenza di precedenti ordinanze e sentenze, avrebbe ammesso che non fu il Memorandum di Londra a chiudere la “questione Trieste” e sarebbe stato costretto ad appellarsi al Trattato di Osimo per sostenere il ripristino della sovranità italiana su Trieste.
Va precisato che da decenni gli studiosi qualificati si dividono tra chi sostiene che la sovranità italiana su Trieste non sarebbe mai cessata (vista la mancata entrata in vigore del Governatore, dello statuto Permanente e dei vari organi di governo previsti per il TLT), chi sostiene che la sovranità sia invece cessata il 15/9/1947 come previsto dal Trattato di Pace ma poi sia stata ripristinata con il Memorandum di Londra (1954), infine chi sostiene il ripristino solo a partire dalla ratifica del Trattato di Osimo (1977). In realtà, comunque, è facilmente verificabile che questa non è stata affatto la prima sentenza o ordinanza a sostenere che la conclusione definitiva della questione di Trieste sia avvenuta a Osimo nel ‘75 e non a Londra nel ‘54. In tal senso, infatti, si erano già espressi vari organi giudiziari, tra cui il TAR del Lazio con sentenza n. 2677/2009 ed il Consiglio di Stato con sentenza n. 2780/2012. Il fatto che sia stato l’accordo di Osimo a consolidare formalmente la sovranità italiana su Trieste e jugoslava sull’Istria nord occidentale (già esercitate di fatto dal 1954) è stato ribadito anche da diversi esperti competenti in materia, come ad esempio il prof. Sergio Bartole ed il prof. Stefano Amadeo.
Pertanto, pur ricordando che prima di esprimersi sarebbe corretto avere a disposizione le motivazioni integrali dell'ordinanza del 19 marzo, non si vede proprio quale incredibile svolta possa scaturire da tale pronunciamento, che tra l'altro ha respinto le istanze del Presidente di MTL, giudicando il Tribunale di Trieste pienamente competente a trattare la causa in questione.
Discutere su quando sia stata ripristinata la sovranità su Trieste è una questione puramente accademica, anche considerando che, in ogni caso, i triestini hanno sempre mantenuto la cittadinanza italiana, prima e dopo il Memorandum di Londra, con tutti i connessi diritti e doveri. E' infatti clamorosamente errato il richiamo che viene fatto dagli indipendentisti alla presunta cittadinanza del TLT, di cui i triestini sarebbero stati privati per vedersi imporre quella italiana, concetto più volte gridato ai quattro venti con grande enfasi. In verità, è indiscutibile e palese come la cittadinanza triestina non sia mai entrata in vigore e questo per espressa previsione del Trattato di pace, che all'art. 21 comma 4 esclude il TLT dai “territori ceduti” dall’Italia ad altri stati, i cui residenti avrebbero immediatamente perso la cittadinanza italiana all’entrata in vigore del Trattato (15/9/1947). Invece, la previsione della cittadinanza del Territorio Libero è contenuta solo nello statuto Permanente (Allegato VI art. 6), così come il meccanismo delle opzioni per chi avesse voluto riottenere quella italiana; pertanto, la cittadinanza triestina sarebbe entrata in vigore solo assieme allo Statuto Permanente stesso, cosa mai avvenuta, come ben noto.

La stipula del Trattato di Osimo
Pertanto, dire che l'Italia abbia imposto ai triestini la cittadinanza italiana dopo il Memorandum, contro la loro volontà, è una clamorosa panzana. Infine, molti odierni indipendentisti si illudono che sarà molto facile dimostrare addirittura la nullità del Trattato di Osimo perché si tratterebbe di “un accordo bilaterale che le stesse Nazioni Unite, nel 1987, integrarono con una “pagina zero”, nella quale si dichiara che l’accordo non può in alcun modo superare o abrogare il Trattato di Pace di Parigi oppure il Memorandum di Londra”. Ribadiamo ancora una volta come la Convenzione di Vienna del 1969, recependo principi consuetudinari già consolidati nel diritto internazionale, preveda espressamente (agli artt. 30 e 41) che un trattato multilaterale possa essere modificato da un successivo trattato stipulato solo da alcuni degli stati firmatari del primo, stabilendo delle condizioni pienamente rispettate nel caso in esame. A conferma di un tanto, vi è che dopo la stipula del Trattato e dopo la registrazione all'ONU nessuno degli stati firmatari del Trattato di Pace né altri soggetti internazionali hanno mai manifestato alcuna perplessità. La questione della presunta e cosiddetta “pagina zero” è una clamorosa bufala, che abbiamo già smascherato e spiegato in maniera approfondita nel precedente articolo cui rimandiamo:

Si tratta infatti di una formula standard posta sulle raccolte dei trattati registrati presso l'ONU e riferita a tutti i trattati registrati, come si può verificare sul sito istituzionale dell'Organizzazione stessa. Inoltre, basta leggere detta pagina per capire che essa è generale e non si riferisce specificamente al Trattato di Osimo, come non cita neanche indirettamente il Trattato di Pace o il Memorandum di Londra.
Concludiamo precisando che, ovviamente, ognuno può legittimamente restare della sua idea rispetto alla sua identità nazionale, rispetto alla storia ed al futuro di Trieste, ma sarebbe opportuno che si evitasse di illudere tanta gente con argomentazioni inconsistenti e facilmente smentibili.

giovedì 20 febbraio 2014

19 febbraio: Manifestazione per i Marò trattenuti in India

Il 19 febbraio siamo nuovamente scesi in piazza per esprimere solidarietà ai due fucilieri del Battaglione San Marco trattenuti in India, Massimiliano La Torre e Salvatore Girone; la manifestazione è avvenuta coralmente anche a Roma ed in molte altre città italiane, nel secondo anniversario dell'arresto dei “Marò”. Ci ha fatto molto piacere constatare la partecipazione di tanta gente, circa 120 persone, che in questo pomeriggio piovoso hanno rischiarato la quotidianità cittadina con le fiaccole e con la loro passione patriottica; vanno ringraziati, in particolare, gli esponenti delle associazioni combattentistiche che si sono uniti ai nostri militanti e simpatizzanti, in particolare non pochi reduci del Battaglione San Marco. 
La manifestazione è iniziata davanti alla stazione marittima, con la deposizione di una corona sul cippo che ricorda i marinai scomparsi in mare, accanto al monumerno a Nazario Sauro. Il folto gruppo si è poi mosso in corteo attraverso la riva, dietro lo striscione IO STO CON I MAR0', raggiungendo piazza Unità d'Italia e percorrendo poi il molo Audace. Sulla sua estremità, davanti alla solenne bitta che celebra l'arrivo delle truppe italiane a Trieste il 3 novembre 1918, si è tenuto il discorso conclusivo del presidente di Trieste Pro Patria. Ancora una volta, sfilare assieme per le strade di Trieste ci ha dato una forte emozione, oltre che accrescere in noi la consapevolezza dell'importante causa che portiamo avanti. 
Dimostrare vicinanza a Latorre, Girone ed alle loro famiglie è prima di tutto un atto di solidarietà, teso a non lasciar soli due uomini che, in ogni caso, stavano svolgendo il proprio lavoro al servizio dello stato italiano il quale ha dato l'impressione di non stare facendo tutto quanto è nelle sue possibilità. In secondo luogo, la nostra manifestazione ha proprio il senso di stimolare i governanti ad un altro atteggiamento in questa vicenda, più deciso ed incisivo. Quello che si reclama non è certo un approccio aggressivo o addirittura bellicoso nei confronti dell'India, bensì un'impostazione più forte, che sappia pretendere il rispetto della giustizia anche mettendo in discussione le relazioni commerciali che legano i due paesi. Troppo spesso, infatti, si ha l'impressione che questa ed altre questioni internazionali siano eccessivamente condizionate ai vari interessi economici. Nessuno nega che la vicenda debba essere chiarita con un'accurata indagine ed un regolare processo, nel rispetto dei due pescatori rimasti uccisi e delle loro famiglie; ciò deve però avvenire nelle opportune sedi internazionali e non nell'attuale contesto indiano, palesemente condizionato dalle dinamiche politiche interne, anche elettorali, ma che soprattutto sta suscitando evidenti e concreti dubbi su come sono state condotte indagini e perizie, sin dall'inizio.
Con immenso piacere, abbiamo ricevuto un messaggio di saluto pervenuto dalle mogli dei due fucilieri, Vania Ardito Girone e Paola Moschetti La Torre, che è stato letto, a conclusione della manifestazione, sulla cima del molo audace:Oggi per noi è un triste giorno che evoca ricordi che tanto ci addolorano. Sono passati due anni dall'inizio del nostro calvario. In questi due anni gesti come il vostro e gente come voi sono stati il nostro sollievo. Ci rendete fieri di essere italiani portando alti i valori che Massimiliano e Salvatore ci hanno sempre insegnato. Siamo certi che il vostro impegno nel tenere sempre alta l'attenzione su questa brutta vicenda sarà premiato e presto tutti insieme vedremo la verità e la giustizia trionfare. PER MARE PER TERRAM SAN MARCO.“

martedì 11 febbraio 2014

Fiaccolata e concerto per il Giorno del Ricordo

Ancora una volta l'appello di Trieste Pro Patria ha trovato entusiasmante risposta... circa 250 persone si sono unite a noi nel percorso del ricordo, che ha toccato vari luoghi simbolo della storia triestina del novecento. Partendo da piazza Sant'Antonio, con nella mente i caduti della 1953, il corteo si è snodato silenzioso ed ordinato, illuminato dalle fiaccole e scandito dall'incedere del tamburo. Attraverso corso Italia abbiamo raggiunto l'incrocio con via Imbriani, dove ci siamo fermati a ricordare i manifestanti uccisi il 5 maggio 1945 dalle truppe di Tito; il nostro trombettiere ha solennizzato il momento nel migliore dei modi, suonando il silenzio. 
Il corteo si è poi infilato sotto la scala dei giganti entrando nella galleria Sandrinelli, nella quale i nomi d'Istria, Fiume e Dalmazia sono risuonati perentori e potenti. Sul colle di San Giusto la manifestazione ha raggiunto il momento più toccante, quando una delegazione ha salito il Viale intitolato ai martiri delle foibe ed ha solennemente deposto una corona sul monumento. Dall'alto del poggio le note del silenzio sono ancora salite al cielo, sopra il corteo immobile in rispettoso silenzio, i tricolori, i vessilli delle terre perdute, le fiaccole che ancora ardevano, assieme ai cuori di tanta gente commossa.
La manifestazione si è quindi conclusa sul piazzale di San Giusto, con tutti i manifestanti schierati sulla spianata del colle, davanti al monumento al caduti della Grande Guerra, sotto un fumo tricolore che saliva al cielo.
La nostra è stata una semplice manifestazione commemorativa, che si proponeva l'intento di dimostrare come tanti italiani di Trieste siano ancora vicini e solidali alle genti giuliane e dalmate, pur in mezzo a tanto qualunquismo antinazionale, pur di fronte a tanti goffi tentativi di sminuire o giustificare questa triste pagina di storia.
Va però ricordato che la più importante funzione del Giorno del Ricordo deve realizzarsi soprattutto a livello nazionale, laddove per decenni la cosiddetta “congiura del silenzio” ha spinto gran parte del popolo italiano verso una devastante ignoranza sulle vicende del confine orientale. Ed è proprio questa la missione di chi vuol alimentare il ricordo di questa vicenda: informare e tramandare, senza paure, condizionamenti né reticenze, son obiettività e correttezza. Perchè un popolo senza memoria è un popolo che vaga nel buio, perchè senza la consapevolezza del proprio passato non può esserci un degno futuro.


    


    

    

La serata è poi proseguita con il concerto del gruppo genovese IANVA, che avevamo già presentato nella recente intervista. Davanti alla sala completamente gremita, i nostri graditi ospiti hanno confermato l'interesse verso la storia italiana con l'allestimento del palco, realizzata con l'aiuto della Federazione Arditi di Trieste, che evocava la Grande Guerra, l'arditismo, l'impresa fiumana di D'Annunzio.



Le canzoni, spesso piuttosto sofisticate ed impegnate nel raccontare episodi scomodi e trascurati della storia italiana, sono state interpretate in maniera teatrale e spesso struggente dalle voci Mercy e Stefania e dagli altri 7 musicisti del gruppo; particolarmente intensa e toccante è stata l'esecuzione di Luisa Ferida, che racconta la storia della celebre attrice uccisa dai partigiani il 30 aprile del '45, o di Dov'eri tu quel giorno, sul tragico 8 settembre del '43. Diversi anche i riferimenti alla Fiume di D'Annunzio, che ha ispirato agli IANVA un intero album (Disobbedisco), attraverso brani come Muri d'assenzio, Di nuovo in armi, Vittoria mutilata, Tango della menade, Fuoco a Fiume. La canzone più sentita, vista la ricorrenza, è stata ovviamente Bora, che parla di Trieste, di foibe, di esodo istriano.
Un sincero ringraziamento va dunque agli IANVA, per aver accettato con entusiasmo il nostro invito e per aver reso solenne ed emozionante una ricorrenza per noi molto importante.
E' stata una serata (e per molti una nottata) davvero eccezionale ed indimenticabile, perchè la goliardia, il divertimento, l'entusiasmo e la condivisione di ore ed ore di fatica e sforzi organizzativi non potevano che rafforzare ulteriormente il nostro gruppo di militanti ed avvicinarne di nuovi. L'ottima riuscita del nostro Giorno del Ricordo ci dà ancor più forza per affrontare le gravi battaglie che ci attendono nel presente e che continueranno nel futuro. Per Trieste, per la nostra gente, per la Patria.

giovedì 16 gennaio 2014

Intervista a Mercy, cantante del gruppo IANVA

In vista del concerto dell'8 febbraio, abbiamo intervistato il cantante degli IANVA, scoprendo idee chiare e ben salde, una mentalità fiera e decisa... in linea con il modo di essere di Trieste Pro Patria. Buona lettura!



Presentiamo gli IANVA ai triestini: un gruppo che con la sua musica si propone di....
Assecondare le proprie attitudini. Essere interpreti credibili di sentimenti che un certo tipo di pensiero egemone obbliga a mantenere in sordina. Ma soprattutto di dar vita a della musica e a una narrazione intense e passionali. Senza lasciarsi influenzare più di tanto dalle voghe estetiche e stilistiche di quest'epoca.

Se proprio dovessimo dare una definizione del vostro gruppo, quale sarebbe l'appellativo più corretto? Gruppo underground? Gruppo alternativo? O altro?
Siamo un gruppo indipendente nel senso più stretto e, direi, appropriato del termine. Ci tengo a rimarcarlo perché il senso corrente della definizione è da diversi anni oggetto di una sostanziale trasposizione di senso. In altre parole il termine “indipendente” ha finito per designare più un insieme di stilemi che non una condizione oggettiva. Oggi, molti gruppi che suonano musica “indipendente” non sono indipendenti affatto. Noi lo siamo autenticamente in quanto gestiamo direttamente tutte le fasi del processo produttivo e ciò ci ha resi liberi da ogni sorta di condizionamento. Solo che a molti non lo sembriamo, perché la musica che produciamo suona molto “vecchia Italia”. Troppo per gli “indipendenti” di casa nostra. Sarà dura, ma ce ne faremo una ragione.

Vuoi farmi una piccola presentazione dei componenti del gruppo ed un breve racconto di come la vostra formazione è nata e cresciuta nel tempo?
Siamo un ensemble numeroso e ognuno dei suoi componenti ha un passato denso di esperienze. Alcuni, poi, sono anche attualmente attivi in differenti ambiti. E poiché esistiamo ormai da quasi dieci anni, con membri nel frattempo usciti dal progetto, diventa oggettivamente difficile coniugare racconto e brevità. In linea generale definirei IANVA come una sorta di collettivo artistico, moderatamente aperto e soggetto a una cauta, ma costante evoluzione.

Dai vostri testi, che trattano diversi periodi e fatti controversi della storia d'Italia, pare trasparire una volontà di riappropriarsi di un orgoglio nazionale che oggi pare poco di moda. In un momento così critico per la nostra nazione (alludo all'evidente crisi etica e morale, non solo a quella economica) cosa significa per voi essere italiani?
Credo che tutto ciò ricada ormai sotto la categoria dei sentimenti e, dunque, ognuno avrà una propria percezione soggettiva. Ma in linea di principio essere italiani oggi significa in primo luogo non sconfessare l'eredità dei padri. Non mandare al macero il sacrificio, il lavoro, la fede di generazioni. Rifiutarsi di perpetrare lo scempio di questa terra da parte di chi, evidentemente, non soffre di alcuna complicazione sentimentale. Noi riteniamo che la nostra classe dirigente, prima ancora che delinquenziale, inetta e servile verso gli oligopoli, sia stolida, arida e cinica. Clinicamente incapace di trasposto, commozione, empatia. Ma la colpa è anche nostra che abbiamo tollerato in questi ultimi decenni di essere vessati da simili subnormali.

Visti i temi che affrontate, è inevitabile che vi si chieda: il vostro gruppo ha una collocazione politica o ideologica definita?
No. Non la ha affatto. Ci sono singoli membri che hanno qualche convinzione più marcata, ma il gruppo, in quanto tale, è ideologicamente piuttosto variegato. Tutto ciò, comunque, non sposterà di una virgola l'impressione che i “duri e puri” di ogni fazione si sono fatti di noi, ossia che siamo “intollerabilmente ambigui”. Come se la realtà in cui loro si muovono quotidianamente fosse invariabilmente limpida e tetragona. Comunque a questa gente io dico: siccome sono sempre io a parlare, prendetevela con me e lasciate stare questo povero gruppo. Sono io il “carognone” che “alimenta l'ambiguità”. Perché credo che alla fine sia infinitamente più stimolante. A volte una domanda imprevista e posta al momento giusto vale più di cento risposte abusate.

I vostri testi toccano eventi storici ancora oggi oggetto di dibattito se non addirittura di scontro. Secondo voi, si arriverà mai alla tanto acclamata “memoria condivisa”, in Italia?
No. Mai. Per la semplice ragione che le fondamenta stesse su cui si è edificata l'Italia repubblicana affondano in un pronunciamento profondamente manicheo. Peraltro rimarcato nella stessa costituzione. L'architravatura mentale, prima ancora che politica, che ha concorso alla definizione delle istituzioni repubblicane postula l'esistenza di un “male assoluto” e, in contrapposizione, di forze positive, seppure differenti, istituite della suprema missione di neutralizzarlo. Dati tali presupposti, sconfinanti addirittura nella metafisica, risulterebbe impossibile ridefinire la narrazione corrente senza smontare la stessa ragione d'essere di questa “memoria istituzionale”. Inoltre, dalla fine della prima repubblica in avanti, massicce dosi di politically correct di stampo anglosassone sono state innestate sul fusto originario con esiti a dir poco tragicomici.
Per avere finalmente una memoria condivisa, in Italia, servirà una nuova e più radicale catastrofe.
Mi sento moderatamente ottimista. Nel senso che non credo che ce la faremo mancare.

Avete dedicato diverse canzoni alle nostre terre ed alle controverse vicende del confine orientale d'Italia, dalle battaglie della Grande Guerra, all'impresa di D'Annunzio a Fiume, al dramma delle foibe e dell'esodo; cosa vi ha spinto verso questi temi piuttosto trascurati dalla “cultura ufficiale”?
Intanto, molto banalmente, perché qualcuno doveva ben iniziare a farlo. Al di fuori, s'intende, dei soliti ambienti “militanti” i quali, per le ragioni sopracitate, non erano abilitati a sollevare la questione presso platee estranee al loro perimetro. Poi, almeno per quanto mi riguarda, per ragioni, per così dire, famigliari. Ma, su tutto, c'è una ben precisa ragione: le tematiche peculiari della cosiddetta cultura “alternativa” mi avevano tediato. Solo piagnistei e perplessità assortite. Vittimismo da donnette. Oppure cinismo e disincanto da prontuario hipster o ancora, in alternativa, perversioni da segaioli e gusto per l'efferatezza. Questa gente è noiosa. Monotona: va avanti così da trent'anni. Inoltre, perché dovrebbero essere interessanti i moti di anime tanto dozzinali? Chi se ne frega dei rovelli di questi pallemosce? Tanto vale risalire il tempo alla ricerca del fuoco sprigionato da cuori titanici. Perlomeno promette di essere più divertente.
Oltre a ciò avevamo un'impressione piuttosto complessa da rendere a parole. Cioè che ci fosse qualcosa di profondamente immorale e letale in questa ostinazione tutta italiana e contemporanea a non voler soffrire per la perdita della bellezza. A non curarsi del fatto che la fierezza, la dignità, l'ispirare rispetto fossero momenti della condizione umana ormai fuori portata. Con l'italiano medio che, da perfetto cafone, ci rideva su. E con il preteso intellettuale che si faceva un dovere di schernire, demistificare a detta sua, certi aneliti. E' un fenomeno, questo, che credo non abbia equivalenti nel mondo.

Trieste Pro Patria vi ha invitato in occasione del Giorno del Ricordo, istituito “al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Qual'è, a vostro avviso, il miglior modo per coltivare la memoria?
Mi rituffo, con vero piacere, nella banalità: studiando. Non cessando mai di documentarsi e informarsi, magari presso fonti alternative a quelle consuete. Appassionarsi alla materia storica e comprendere, una buona volta, che non è vero che la Storia esula dal nostro quotidiano. Nulla passa mai davvero ed eventi apparentemente lontani e avulsi dalla nostra realtà continuano ad esercitare i loro effetti sul nostro tempo. Specie se si considera che il mondo in cui viviamo oggi è ancora quello emerso dalla seconda guerra mondiale prima e poi dalla guerra fredda.
Consiglierei tuttavia, e per quanto possibile, di non incorrere nell'errore di pensarsi sempre integralmente nel giusto. Anche nel caso si siano dovuti subire crimini e abusi che non possono e non debbono essere dimenticati. Ogni forza in campo ha avuto delle sue ragioni fattuali e, quindi, tecnicamente legittime. Solo che le ragioni degli sconfitti sono, quasi sempre, più fascinose e avvincenti. E ciò, sulla lunghissima distanza, contribuisce a ridisegnare i contorni del mondo, piaccia o meno ai custodi dello status quo.

Grazie e arrivederci all'8 febbraio... tutto fa pensare a una serata interessante.