sabato 4 ottobre 2014

Trieste, 1953-54. Conferenza con Antonio Ro


Il 26 settembre abbiamo avuto il piacere di ascoltare la testimonianza di Antonio (Nino) Ro, classe 1930, triestino da molti anni emigrato in Australia, che ha vissuto in prima persona e già da uomo il periodo del GMA ed in particolare i tumultuosi avvenimenti del 1952-54. Pochi giorni dopo, una simile conferenza dal titolo “I valori dei giovani di ieri e di oggi” è stata organizzata dal gruppo giovanile della Lega Nazionale, sempre con la partecipazione di Antonio Ro. Abbiamo conosciuto Antonio oltre un anno fa tramite i social network, trovandolo sconcertato come noi dalla deriva ideologica presa da molti triestini, lasciatisi trascinare dai ben noti movimenti italofobi che li hanno spinti a rinnegare la propria identità. Antonio ha voluto essere nella sua Trieste nel 60° anniversario del ricongiungimento all’Italia, un ritorno, il suo, estremamente sentito, un richiamo irresistibile della sua città natale; abbiamo approfittato per avere l’onore di conoscerlo di persona e per ascoltarne la sentita testimonianza, per sentire il racconto di un periodo che ci sta molto a cuore dalla voce di un protagonista. 
Chi sente parlare Antonio non può che stupirsi per l’estrema lucidità e facilità di parola che non ne tradiscono assolutamente l’età, ma può anche apprezzare il dialetto triestino di un tempo, mantenutosi incorrotto con la lontananza. Soprattutto, ascoltando Antonio si  intuisce subito quanto lui porti con orgoglio il suo bagaglio di esperienza maturato in quel difficile periodo. I primi ricordi sono stati quelli del maggio-giugno 1945, di cui l’allora giovane Nino ha raccontato il clima cupo e pregno di tensione: durante i 40 giorni i triestini vivevano nel terrore, ogni giorno si rincorrevano i racconti di gente portata via, verso un ignoto destino. Proprio per questo, il 12 giugno, l’arrivo degli alleati fu accolto con grande entusiasmo; nessuno poteva prevedere, in quel momento, quanta tensione sarebbe sorta anche con gli inglesi, di lì a qualche anno.
In seguito, i triestini cominciarono a soffrire quella situazione provvisoria, con il GMA che si stava protraendo troppo a lungo e dava a tutti un senso di precarietà, anche perché la situazione dei rapporti internazionali rendeva sempre più evidente che la reale attuazione del Territorio Libero era impossibile; si trattava, oltretutto, di un soggetto politico calato dall’alto, che nessun triestino aveva voluto.
Iniziò in quel periodo la lunga fase delle manifestazioni per l’italianità, con i primi consistenti incidenti il 20 marzo del 52; va infatti ricordato che il 20 marzo del 1948 fu diramata la “nota tripartita”, con la quale USA, Inghilterra e Francia avevano dichiarato di voler restituire all’Italia l’intero TLT (compresa la zona B occupata dalla Jugoslavi). Gli anni successivi, gli italiani manifestavano proprio nell’anniversario di quella dichiarazione, chiedendone a gran voce l’applicazione; non molti sapevano, però, che lo strappo tra Tito e Stalin aveva migliorato la posizione jugoslava e di fatto reso difficilmente attuabile quella soluzione positiva.
Antonio ricorda molto bene quella fase di storia triestina: operaio presso un’officina, partecipava alle sempre più frequenti manifestazioni, che di solito partivano spontaneamente dagli studenti delle scuole superiori ed in particolare dal viale XX settembre; gli studenti davano spesso vita a cortei improvvisati, cui si univano molti lavoratori come lui, si trattava in buona parte di gente del popolo, animata da sinceri ideali. Oggi qualcuno pretende di insegnarci che i manifestanti erano portati da fuori e le dimostrazioni erano orchestrate dall’alto, per dare la finta immagine di una Trieste italiana; ma Nino ricorda bene chi partecipava alle manifestazioni: si trattava in massima parte di giovani triestini, rinforzati, solo nelle occasioni principali, da giovani venuti da fuori città. Questa partecipazione esterna era qualcosa di naturale e spontaneo, in quanto tanta gente, a quei tempi, era solidale con i triestini e con la loro battaglia per l’italianità. Uno degli aspetti più interessanti è che in quelle massicce manifestazioni si univa gente di varie provenienze politiche: missini, democristiani, repubblicani, socialisti; tutti costoro erano ben consapevoli delle diverse idee e scelte elettorali, ma non importava, non trovavano difficoltà a manifestare assieme, uniti dalla loro italianità. Alle diverse anime corrispondevano anche vari ritrovi, presso sedi associative o di partito, dove in alcuni casi si passava anche il tempo libero, si ballava la sera, si trovava comunque un punto di aggregazione.
Nino ci ha parlato anche di come vedeva il partito autonomista, che era sorto dopo il Trattato di Pace ed aveva iniziato a mettersi in evidenza con le elezioni del 1949. Questi indipendentisti erano visti, dalla maggioranza della popolazione di sentimenti italiani, come filo-jugoslavi, appoggiati politicamente e finanziariamente da Belgrado. E’ alla luce di questo che si deve valutare la devastazione della loro sede di Corso Italia, durante le manifestazioni del ’53, le cui immagini sono ancor oggi ben note.
Antonio ha voluto evidenziare come la tensione dei manifestanti era rivolta soprattutto contro gli inglesi, perché erano loro i responsabili dell’ordine pubblico a Trieste e si dimostrarono abbastanza ostili alle aperte manifestazioni di italianità, oltre che esecutori dell’odiosa proibizione dell’esposizione di bandiere tricolori. Generalmente non vi era un diffuso astio verso la Polizia Civile, composta in buona parte da concittadini che eseguivano gli ordini dei superiori; diversa era invece la percezione del Reparto Mobile, che aveva fatto la sua prima comparsa proprio nel ’53 nella gestione dell’ordine pubblico e si era distinto per i metodi molto più ruvidi. La popolazione era invece generalmente più benevola nei confronti degli americani che, ha ricordato Nino, mai si erano dimostrati ostili a chi manifestava per l’italianità di Trieste e tra l’altro non gestivano direttamente l’ordine pubblico.
Durante il racconto, è chiaramente emerso come a fomentare la tensione c’erano anche i rapporti tesissimi tra Italia e Jugoslavia, che all’apice dell’ostilità, nel 1953, schierarono le rispettive truppe nei pressi del confine; a gettare benzina sul fuoco, ci fu anche il minaccioso discorso di Tito a Sambasso, vicino al confine goriziano. Oggi, nel valutare gli eventi di quel periodo, molti dimenticano che la minaccia che Trieste potesse ricadere sotto occupazione jugoslava era purtroppo più che concreta e non era frutto della presunta propaganda italiana. Basti pensare alle dichiarazioni aggressive di Tito, che aveva affermato a chiare lettere, dopo la “nota bipartita” dell’8 ottobre del ’53, che la Jugoslavia non sarebbe rimasta inerte in caso di restituzione della città all’Italia. A conferma di un tanto, ci fu anche l’atteggiamento dei comunisti triestini, che (ormai contrari a Tito dopo la rottura tra Mosca e Belgrado del ‘48) si erano detti pronti a prendere le armi in caso di invasione dei titini, per bocca del loro capo Vittorio Vidali. Tra l’altro, la capacità di difesa degli alleati si limitava ai soli 10.000 uomini presenti nella zona A, in applicazione del Trattato di Pace; gli jugoslavi, invece, erano liberi di schierare ingenti truppe nel territorio già di loro sovranità, che circondava l’altipiano triestino. Anche Antonio conferma questo sentimento che la popolazione di allora viveva: il ricordo dei famigerati 40 giorni era ancora fresco e la paura del ripetersi di qualcosa di simile era palpabile. Tutti percepivano che l’incompiuto TLT era ormai alla fine e l’alternativa per Trieste era tornare all’Italia o finire preda della Jugoslavia.
Un’altra riflessione interessante ha riguardato il motivo che spingeva tanti giovani a scendere in piazza: si voleva il ritorno dell’Italia soprattutto per poter manifestare la propria identità; molti omettono di ricordare, infatti, che all’epoca il tricolore non poteva sventolare sul municipio e non si poteva manifestare con la bandiera italiana. Per questo, scendere in piazza con il tricolore era un rischio, un atto di ribellione e di coraggio. Anche per questo, ha detto Nino, oggi non tantissimi scendono in piazza nelle occasioni patriottiche o commemorative: perché l’appartenenza di Trieste all’Italia è qualcosa di scontato, non è più un obiettivo da conquistare; la propria appartenenza culturale al popolo italiano è ovvia ed indiscussa, molti non sentono il bisogno di manifestarla nelle strade; oltre a questo, chiaramente, vi è anche la sfiducia verso la politica e le istituzioni, che da molti non vengono distinte dal concetto identitario di Patria. 
Il nostro Nino è però anche uno dei tanti emigrati in una terra lontana ed anche questo è stato un argomento molto interessante. A suo avviso, solo una minoranza di coloro che partirono come lui negli anni cinquanta lo faceva per motivi politici, ossia per essersi compromessi militando nella Polizia Civile, in altri organi del GMA o nel partito indipendentista, o comunque in quanto scontenti del ritorno dell'Italia. Secondo il racconto di Nino, la maggior parte dei partenti ha preso le più svariate vie del mondo in cerca di fortuna, di lavoro, di migliori condizioni di vita, in molti casi anche per spirito di avventura e sperando in futuro di poter tornare. Tantissimi dei partenti erano istriani, che provenivano direttamente dalla terra d'origine, oppure dai campi profughi allestiti a Trieste e in altre parti d'Italia. In ogni caso, in Australia Nino non ha mai incontrato sentimenti di odio o risentimento verso l'Italia e gli italiani, anzi, tantissimi emigrati o loro figli frequentano le associazioni che rappresentano gli italiani nel mondo. 
Seduti in prima fila, a seguire il racconto, c’erano altri 3 “ragazzi del ‘53”, che sono più volte intervenuti, dando vita ad un racconto molto vivace ed avvincente, che ha permesso di rappresentare quei giorni da diversi punti di vista e con molte sfaccettature.
Alla fine, abbiamo rivolto un sentito e caldo ringraziamento ad Antonio Ro, che ha saputo trasmetterci tutta la sua passione e soprattutto renderci partecipi delle motivazioni e dello stato d'animo che mosse i protagonisti di quegli anni difficili.

venerdì 3 ottobre 2014

60° anniversario del ritorno di Trieste all'Italia

IERIMO, SEMO, SAREMO...
Il 25 ottobre celebreremo l'anniversario di un momento trionfale e nefasto al tempo stesso: il ritorno di Trieste all'Italia ed il distacco dalla Patria dell'ultimo lembo d'Istria (la "zonaB").
In linea con la mentalità e le finalità di Trieste Pro Patria, non ci limiteremo a ricordare il passato, ma proporremo delle riflessioni sui reali problemi che attanagliano oggi la nostra povera Italia, governata da molti anni da una classe politica da cui non ci sentiamo rappresentati. 
Unisciti a noi nel celebrare il ritorno di Trieste alla Patria,
nel ricodare il legame con le terre perdute,
nel reclamare un'Italia migliore, una Nazione degna del suo passato!

 

lunedì 16 giugno 2014

Commemorazione delle vittime dei bombardamenti del 1944

Il 10 giugno Trieste Pro Patria ha voluto ricordare un episodio tragico ma poco commemorato della storia cittadina: il bombardamento anglo-americano del 10 giugno 1944, la prima ma anche la più terribile delle incursioni subite da Trieste in quegli anni di guerra. In quel periodo, i triestini si stavano illudendo di poter rimanere indenni dalle disastrose missioni delle “fortezze volanti”, ormai già note in molte parti d'Italia. Invece, in quel solo giorno perirono sotto le macerie ben 463 persone, un migliaio furono i feriti, oltre 4000 i sinistrati, con un centinaio di case distrutte e circa 300 gravemente danneggiate. Altri bombardamenti insistettero su Trieste fino al termine della guerra, essi furono meno pesanti ma si giunse al bilancio di circa 700 vittime totali. Eppure, queste cifre sono di gran lunga inferiori a quelle registrate in altre città italiane duramente colpite, come ad esempio Foggia, per la quale si parla di circa 20.000 vittime, o come Zara, che dopo un incredibile accanimento contò oltre 2.000 vittime, su circa 22.000 abitanti.
Di fronte alla targa che in maniera molto discreta ricorda l’evento, sul fianco della chiesa di San Giacomo, una cinquantina di patrioti ha voluto ricordare quel primo terribile bombardamento degi anglo-americani su Trieste, senza paura di dire apertamente chi fu responsabile di tanti massacri, chi mise in atto bombardamenti a tappeto che oggi si definirebbero “terroristici”, azioni che troppo spesso andarono ben al di là degli obiettivi militari, causando vere e proprie stragi ai danni della popolazione; molto verosimilmente, tali incursioni erano finalizzate a fiaccare la popolazione civile, a diffonderne il malcontento verso il proprio governo. Non per niente, anche a Trieste, uno dei rioni più colpiti fu San Giacomo, tra i più popolari e ad alta densità abitativa.
Nell'onorare tutte le vittime di quella sciagurata strategia bellica, il nostro pensiero è quindi andato alle molte località italiane che subirono danni e lutti ben maggiori.

martedì 3 giugno 2014

Giro d'Italia a Trieste

 Il 1 giugno Trieste ha accolto il Giro d'Italia. Noi c'eravamo, coi nostri tricolori e con tutto il nostro orgoglio, per un evento che ha portato in città tanta gente ed una ventata di vita e di positività, che ha contemporaneamente portato in tutto il mondo le immagini della nostra splendida città, offrendole una grande occasione di visibilità.
La conclusione del Giro d’Italia proprio a Trieste è stata congegnata dichiaratamente per rendere omaggio al 60° anniversario del ritorno di Trieste all’Italia. Anche per questo, pur rifiutando qualsiasi logica di strumentalizzazione di un evento sportivo, abbiamo scelto di essere presenti, col nostro entusiasmo, coi nostri tricolori e con tutto il nostro orgoglio. Il momento più spettacolare ed apprezzato da triestini, sportivi e turisti è stata indubbiamente l’esibizione delle frecce tricolori; non poteva esserci miglior raffigurazione dell’abbraccio ideale tra Trieste e la Patria.
Fortunatamente, non hanno trovato grande visibilità coloro che hanno cercato squallidamente di sfruttare quest’evento per mettere in piazza le ormai logore teorie indipendentiste, affermando addirittura che “Il Giro d’Italia ha sconfinato all’estero”.
Da sempre il Giro è un evento molto popolare e talvolta ricco di significati extra sportivi, anche per la nostra città. Vi proponiamo la cronaca di quello del 1946, tratta dal libro di Roberto Degrassi "Trieste in maglia rosa".
La vittoria più bella, quella che vale una vita intera, negli annali non esiste. Eppure c'è stata. Eccome se c'è stata. Ha fatto la storia, quella vera. Altro che Giro, altro che sport. Di più, molto di più. Giordano Cottur ne è andato fiero fino all'ultimo dei suoi giorni. Testone di un triestino. Non ci fosse stato lui quella tappa sarebbe finita lì, tra agguati, sassi, pallottole e filo spinato. Non ci fosse stato lui Trieste non avrebbe vissuto il giorno più bello del 1946. […] La guerra è finita. L'Italia vuole rinascere, risollevarsi dalle macerie, riemergere dalla povertà, tornare a guardare avanti. Trieste invece è una città che non conosce il proprio futuro, un punto sulla carta geografica conteso tra le nazioni e ostaggio delle diplomazie. I destini dei popoli si decidono tracciando una linea sul mappamondo.[...] Gli organizzatori della Gazzetta dello Sport vogliono rilanciare il Giro d'Italia. Quella del '46 deve essere l'edizione della rinascita. Un messaggio di speranza, il segnale che anche lo sport riparte. Il direttore della Gazzetta, Bruno Roghi, sogna un percorso che tocchi ogni regione, ogni angolo d'Italia. Sogna anche Trieste, con la consapevolezza che dovrà superare montagne per riuscire a realizzare il progetto. Trieste è un territorio a rischio, in molti provano a dissuadere gli organizzatori. Intanto l'Italia va alle urne per scegliere tra Monarchia e democrazia. In oltre 12 milioni votano per la Repubblica il 2 giugno. Il Giro d'Italia è previsto per il 15. Tra le tante, una tappa è la più suggestiva per il suo significato: la Rovigo-Trieste.
Le sorti di Trieste scuotono le coscienze degli Italiani. A Bassano del Grappa c'è un industriale, si chiama Mario Dal Molin, ha ereditato dal padre Pietro una fabbrica di biciclette che ha un marchio inglese, Wilier, acquisito molti anni prima. Ha saputo che a Trieste c'è chi vorrebbe mettere assieme un gruppo di corridori locali per partecipare alle gare più importanti della stagione ma manca tutto: soldi, biciclette, assistenza. Dal Molin ne fa una questione di orgoglio. Raccoglie alcuni dei migliori ciclisti veneti e ingaggia Giordano Cottur, un campione triestino in sella a una bicicletta che, realizzata negli stabilimenti Wilier, viene ribattezzata “La Triestina”. Quella che prende corpo non è una squadra: è un inno a Trieste. Maglie rosse e alabarda sul petto, in ogni gara cui parteciperà quella formazione, diventerà un richiamo all'italianità della Venezia Giulia. E nessuno si prende la briga di smentire quando con patriottico entusiasmo qualcuno equivoca il nome della fabbrica: Wilier diventa così l'acronimo di W Italia Libera E Redenta.
Il mondo, talvolta, è dei sognatori. E la Wilier Triestina è essa stessa un sogno. Un manipolo di uomini si coalizza, non c'è bisogno di molte parole. Giordano Cottur, fermato dalla guerra, vuole rimettersi in gioco. Ha 32 anni ma ha ancora lo spirito di un guerriero e l'intraprendenza di un ragazzino alle prime armi. […] C'è una sola tappa che per lui conta: la Rovigo-Trieste. Ma il giorno prima del via è come se il mondo gli fosse crollato addosso: motivi di opportunità consigliano gli organizzatori di rivedere i piani e sopprimere l'arrivo triestino. La frazione che partirà da Rovigo si concluderà a Vittorio Veneto. La reazione di Cottur è rabbiosa: vince di potenza la prima tappa Milano-Torino. Un triestino in maglia rosa. Mai un ordine di arrivo è stato tanto applaudito. Il direttore della Gazzetta Roghi sintetizza il pensiero di tutti: <<Oggi non abbiamo che un nome sulle labbra e nel cuore: Giordano Cottur che a un “no” per Trieste elaborato ai tavoli delle caute diplomazie, risponde con un “si” a tutti gli sportivi italiani>>.
Le diplomazie, intanto, continuano a lavorare, da Trieste i rappresentanti del GMA raccontano della speranza tradita di una città e di una possibile strumentalizzazione. L'Italia che trascura Trieste potrebbe diventare un facile argomento per la propaganda filo-titina. Gli organizzatori non aspettavano che questa richiesta. La Rovigo-Vittorio Veneto sparisce, si torna a Trieste e stavolta non ci saranno ripensamenti. [...]
Da Rovigo a Trieste è un rettifilo ininterrotto. Cottur già una volta, anni prima, si è inventato una vittoria dal niente nella sua città. Ha una voglia che se lo mangia vivo, qualcosa improvviserà. I compagni della Wilier Triestina sono lì per aiutarlo. Cervignano, campi di Granoturco ai lati della strada che passa via veloce. Pochi chilometri e si entrerà nella zona A, poi la costiera e infine l'arrivo a Trieste[...] I pensieri accompagnano le pedalate. Il ponte sull'Isonzo, sullo sfondo le alture del Carso, Cottur allunga.[...] Un paio di corridori lo raggiungono, si rialza, pronto a riprovarci. E invece a Begliano si scatena l'inferno. Qualcuno, nascosto tra i campi, scaglia pietre. I sassi diventano sempre più numerosi e sempre più grossi. Alcuni corridori tentano di frenare, cadono travolgendone altri. Sconcertati, i ciclisti risalgono e riprendono la strada. Pochi metri ancora e davanti ai loro occhi trovano massi in mezzo all'asfalto e bidoni e pezzi di filo spinato. Dai campi dove erano rimasti acquattati, emergono alcuni ragazzi. Volano altre pietre. “Il Giro non deve arrivare a Trieste”. Il servizio d'ordine non ha bisogno di spiegazioni per capire: dietro l'assalto ci sono i filo-titini che voglioni impedire l'ingresso della carovana a Trieste, solo molto più tardi si saprà il nome dell'ideatore dell'agguato: il leader del Fronte di Liberazione Franc Stoka.
Dopo i sassi, gli spari, dai campi, dalla strada. Gli uomini dell'assalto ora ricorrono al fucile. Gli agenti che scortano i corridori rispondono al fuoco, un poliziotto rimane ferito. I ciclisti cercano riparo, qualcuno si butta in un covile, Bartali si rifugia sotto una Millecento, Coppi si mette in salvo. Altri hanno sulla faccia insanguinata i segni della sassaiola. Le pallottole della polizia disperdono i delinquenti. Corridori ed organizzatori si guardano l'un l'altro... che fare? Gli atleti sono sotto choc, alcuni ciclisti sembrano impietriti, appoggiati alla bicicletta con gli occhi sbarrati e un filo di respiro. Giordano Cottur marca dappresso gli organizzatori: “Io a Trieste ci voglio arrivare”. Passano i minuti, le ore, la tappa ormai è compromessa. Chiuderla lì però significa darla vinta a chi ha voluto sfregiare il giro. A Trieste è dal mattino che hanno riempito l'ippodromo per aspettare i corridori. Si decide di non decidere. Annullato il significato sportivo, ognuno si regoli in coscienza. Partono i primi mezzi per Udine, partono anche i grandi, Coppi e Bartali. Giordano Cottur rimane impiantato in mezzo alla strada e insiste: “Io a Trieste ci voglio arrivare”. Suggerisce l'idea di mandare un atleta per squadra, un gesto simbolico per dimostrare l'attaccamento del Giro al pubblico triestino. Gli organizzatori tergiversano: non si può costringere un corridore ad affrontare rischi se non se la sente. Ma c'è chi si fa avanti: l'intera Wilier Triestina. Quello è un traguardo che va onorato, non arrivarci sarebbe un tradimento. Si aggiunge qualche altro ciclista. Alla fine si contano: sono in 17 […] Corridori e biciclette vengono sistemati sulle camionette dei soldati americani. La tappa è virtualmente annullata. Si corre solo per Trieste. I ciclisti vengono sbarcati a Grignano per completare il percorso fino a Montebello. Barcola, viale Miramare, la gente ai bordi della strada è impazzita. Una sfilata fino all'ippodromo? Forse, o forse no. Cottur aveva un sogno la sera prima: arrivare primo al traguardo. Il gruppo capirà. Attacca dove aveva previsto, non è una rasoiata feroce, gli altri non reagiscono. Qualche decina di metri che gli basta per arrivare per primo a Montebello. Un trionfo. L'estasi. Non si poteva rinunciare a una gioia così.
Fiori, baci, occhi lucidi, applausi. Una città che diventa un infinito abbraccio per un uomo solo. Potenza dello sport: quell'omino lì in maglia alabardata sembra un gigante.
Bruno Roghi sulla Gazzetta scriveva: <<I giardini di Trieste non hanno più fiori. Le campane di Trieste non hanno più suoni. Le bandiere di Trieste non hanno più palpiti. Le labbra di Trieste non hanno più baci. I fiori, i palpiti, i suoni, i baci sono stati tutti donati al Giro d'Italia>>.
Tratto da R. Degrassi, Trieste in maglia rosa, Luglio editore, 2014

martedì 6 maggio 2014

1 maggio tricolore

Si è svolto in Piazza Sant'Antonio l'annunciato presidio “1 maggio tricolore” di Trieste Pro Patria; questa "contromanifestazione" è stata voluta per rompere il monopolio di gruppi politici estremi ed anti nazionali e dei soliti patetici nostalgici titoisti e jugoslavisti che funestano ogni anno questa ricorrenza con le loro cadaveriche ed ammuffite divise e bandiere, una ricorrenza che dovrebbe riguardare esclusivamente il mondo del lavoro e i suoi problemi. Sullo sfondo delle note dell'inno di Mameli, dello sventolio dei tricolori e delle bandiere delle Terre d'Istria, Fiume e Dalmazia, oltre un centinaio di patrioti ha manifestato vivacemente dalle ore 9 alle 12.30, rivitalizzando la piazza che il 5 maggio 1953 è stata teatro di tragici scontri e luogo di sacrificio per 4 giovani triestini. Va sottolineata la partecipazione eterogenea per età e collocazione sociale, che ben rappresenta la realtà di Trieste Pro Patria, animata da lavoratori dipendenti, precari, piccoli imprenditori, studenti e pensionati.
Alle ore 11 si è svolto un comizio che ha richiamato l'attenzione sul fatto che, allo stato attuale, questa non si può affatto definire una giornata di festa. 
Non può essere la festa del lavoro, vista la disperata situazione in cui si trova una consistente parte del popolo italiano, stretta tra disoccupazione e precariato, stanca delle promesse di una classe politica incapace di dare risposte ai reali problemi della gente.
Non può essere una festa per Trieste, che non dimentica il tragico 1 maggio del 1945, che vide l'ingresso in città delle truppe di Tito, le quali approfittarono della falsa veste di liberatrici per aprire un periodo di terrore, col fine di eliminare chiunque fosse ostacolo alle mire di annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia.
Nell'affrontare gli argomenti di attualità, il nostro presidente ha invitato la classe politica italiana a cambiare decisamente rotta rispetto alle fallimentari politiche con cui, negli ultimi 30 anni, si è scelleratamente ceduto la sovranità economica, politica e monetaria dello stato agli organismi sovranazionali che stanno portando il paese alla rovina, all'insaputa del popolo italiano che ne ignorava le tragiche conseguenze e mai è stato consultato. L'oratore ha quindi ribadito la necessità del recupero della sovranità nazionale e di tutto quello che essa comprende, dall'indipendenza militare alla tutela del made in Italy, fino al rifiuto di odiose norme mortificanti come il MES, il Fiscal Compact e la direttiva Bolkestein. 
Ma il primo maggio è anche la ricorrenza della tragica invasione titina della nostra città e di tutta la Venezia Giulia, con le conseguenze che conosciamo, quali uccisioni, torture, sparizioni, tentativo di annessione con la pratica del terrore; la ricorrenza di questo evento viene da sempre ignorata da autorità e stampa locale, come se i famigerati 40 giorni non fossero mai esistiti. Trieste Pro Patria ha chiamato quindi a raccolta coloro che non possono identificarsi nelle sfilate e celebrazioni ufficiali del 1 maggio, un ipocrita carrozzone che si porta dietro simboli di ideologie che nulla hanno a che vedere con il mondo dei lavoratori. Trieste Pro Patria è convinta che bisogna finalmente guardare avanti e pensare ai problemi di oggi, ma non può rimanere insensibile di fronte a chi, anora oggi, approfitta della festa del primo maggio per commemorare l'arrivo del IX corpus, esponendo o sfilando con simboli ed emblemi che alla nostra gente evocano solo odio e terrore.
Trieste Pro Patria non dimentica e resterà sempre vigile contro negazionisti, anti-nazionali, truffaldini, ladri di storia, di valori... e di denari!
Ancora una volta, la nostra manifestazione si è svolta sotto il solo simbolo del tricolore, l'unica bandiera che può e deve unire la parte sana del popolo italiano, superando ideologie ed appartenenze partitiche.