sabato 2 maggio 2015

1 maggio 2015... 1 maggio tricolore




Si è svolta ieri la seconda edizione del nostro "1 maggio tricolore".
E' stata un'intensa mattinata, passata a parlare con la gente, a trattare argomenti di attualità, le problematiche del lavoro, ad ascoltare le testimonianze di lavoratori, disoccupati e studenti, a ragionare sulle cause degli attuali problemi...
Dopo il nostro presidente, hanno preso la parola vari militanti e simpatizzanti, raccontando la loro esperienza di lavoratori: un commerciante alle prese con burocrazia, tassazione soffocante, concorrenza schiacciante da parte delle grandi catene e del commercio on line; un giovane alle prese con nuove folli tipologie di rapporto di lavoro, a dir poco svilenti per la mancanza di qualsiasi tutela e per turni massacranti a fronte di paghe a dir poco inadeguate; un dipendente precario di un’industria locale a rischio di delocalizzazione, con contratti rinnovati di mese in mese. I presenti hanno potuto insomma ascoltare degli esempi molto significativi dei reali problemi che attanagliano oggi i lavoratori, delle sciagurate politiche che inseguono il dogma della flessibilità, che subiscono supinamente i dettami europei, spesso dettati direttamente dai più grandi ed influenti gruppi finanziari e produttivi, che hanno tutto l’interesse a sacrificare i diritti dei lavoratori alle logiche del profitto.
C’è stato anche chi ha voluto intervenire sul piano storico, stigmatizzando chi ancor oggi insiste a commemorare l’arrivo a Trieste delle truppe di Tito come una liberazione, dimenticando le mire di annessione territoriale, i soprusi, le violenze, deportazioni e massacri di cui si resero protagonisti gli jugoslavi ed i loro fiancheggiatori italiani. 
A poca distanza dalla nostra manifestazione, infatti, qualcuno sfilava ostentando i simboli di una Jugoslavia morta e sepolta, inneggiando ai 40 giorni di terrore iniziati 70 anni fa. Meglio così... tanti triestini capiranno bene da che parte stare!


martedì 28 aprile 2015

Trieste Pro Patria al fianco dei lavoratori Alcatel di Trieste.



Trieste Pro Patria al fianco dei lavoratori Alcatel di Trieste. Di seguito il testo del volantino distribuito stamane ai lavoratori dell'insediamento triestino in possibile dismissione.

AL VOSTRO FIANCO!

A seguito delle notizie trapelate in merito alla possibile cessione di Alcatel Lucent con relativa dismissione e/ o svendita dello stabilimento triestino a realtà multinazionali pronte a delocalizzare altrove i propri siti produttivi, Trieste Pro Patria solidarizza con l'intero personale della suddetta azienda. Il caso - Alcatel-Lucent è il risultato dell’incapacità gestionale che caratterizza l’intera classe politica, sia locale sia nazionale. Le politiche governative e le direttive europee che ne determinano gli indirizzi, anziché difendere le realtà produttive insediate sul territorio, permettono alle società multinazionali di operare deliberatamente senza alcun tipo di controllo, senza rispetto nei confronti dei lavoratori e delle loro famiglie. Denunciamo con forza la mancanza di Sovranità dello Stato italiano che dovrebbe adoperarsi per favorire la crescita economica, prescindendo dagli interessi spudorati di società multinazionali i cui unici obiettivi sono la compressione salariale e l’erosione dei diritti dei lavoratori. Ci opponiamo pertanto a queste politiche economiche, che ignorano completamente la storia, le tradizioni e gli interessi della città e della sua popolazione; annientano le economie locali impoverendone l’intero tessuto sociale. Ribadiamo la necessità di riappropiarci della Sovranità nazionale e auspichiamo uno Stato che tuteli il suo Popolo ergendosi al di sopra degli interessi economici privati. Siamo al vostro fianco e al fianco di tutti i lavoratori che subiscono la follia di questo sistema economico.
Il primo maggio saremo in Piazza Sant’Antonio dalle 9 alle 13 per trascorrere assieme la festa dei lavoratori e per riflettere sui veri problemi che attanagliano la nostra Società civile (neoliberismo, globalizzazione e delocalizzazioni).
Trieste Pro Patria

lunedì 27 aprile 2015

DALLA MEMORIA AL FUTURO: PRIMO MAGGIO TRICOLORE

Il primo maggio è da molti anni una data particolare per la città di Trieste, dove le tradizionali istanze legate al mondo del lavoro si intersecano con l’anniversario della tragica occupazione da parte delle truppe di Tito.
Settant’anni fa iniziavano i famigerati “40 giorni” per Trieste e Gorizia, ma cominciava anche la definitiva occupazione, poi divenuta cessione, di buona parte della Venezia Giulia. Un periodo buio della nostra storia, caratterizzato da sommarie uccisioni, deportazioni, intimidazioni indiscriminate, fatti storici ormai acclarati che ancora oggi qualcuno si ostina a negare o minimizzare, anche parlando di “liberazione” di Trieste da parte del IX Korpus jugoslavo. Ogni anno purtroppo i più fanatici nostalgici di Tito approfittano della ricorrenza dei lavoratori per celebrare invece quella nefasta occupazione, ostentandone i simboli in una grottesca parata dell’orrore.
Trieste Pro Patria ha deciso ancora una volta di scendere in piazza per non rimanere impassibile di fronte all’inutile e logora sfilata tradizionale, che da un lato permette a qualcuno di sfilare con bandiere jugoslave, bustine titoiste e tricolori lordati dalla stella rossa, dall’altro non riesce a denunciare con forza i veri problemi che oggi attanagliano il mondo del lavoro e le precise responsabilità di chi gestisce il potere politico-economico.
Anche per questo, nel suo mobilitarsi, Trieste Pro Patria non si limita a ricordare il passato, ma si fa promotrice di una campagna di sensibilizzazione sulle reali cause dell’attuale crisi occupazionale e invita a riflettere su quali possano essere le concrete soluzioni per dare un futuro dignitoso all’Italia.

Le proposte di Trieste Pro Patria

SI
A uno Stato che si erge al di sopra del mercato, dirigendone e disciplinandone il funzionamento;
A uno Stato sovrano e libero di agire nell’interesse dei suoi cittadini;
A controlli più stretti sulle società multinazionali;
Alla spesa pubblica per far ripartire l’Italia (creazione posti di lavoro, infrastrutture, lavori pubblici);
Allo Stato Sociale e alla tutela dei lavoratori.

NO
Alla globalizzazione e al neoliberismo;
All’Unione Europea e ai principi di libera circolazione di merci e capitali;
A un modello economico che svilisce l’essere umano, considerandolo un semplice strumento produttivo;
A chi specula sul lavoro altrui con forme sempre più estreme di precariato che vanno abolite;
All’austerità.

domenica 15 febbraio 2015

Fiaccolata del ricordo

Sabato 7 febbraio, circa 200 persone hanno preso parte alla Fiaccolata del Ricordo, organizzata da Trieste Pro Patria per contribuire a tener viva la memoria delle vicende del confine orientale, per rendere omaggio alle vittime dei partigiani di Tito ed agli istriani, fiumani e dalmati costretti a lasciare le loro case e spargersi in Italia e nel mondo.
Dopo aver sceso la scalinata di Montuzza ed aver imboccato il viale ai Martiri delle foibe, il corteo si è fermato davanti al monumento agli infoibati, dove è stata deposta una corona ed è stata letta una testimonianza di un'esule istriana, il cui padre e nonno furono infoibati.
Di seguito, il corteo è salito sino alla sommità del colle, dove si è reso omaggio alle vittime di tutte le guerre, davanti sl monumento ai caduti.
Trieste Pro Patria può ormai vantare l'organizzazione di diverse manifestazioni, ognuna è rimasta a suo modo nei cuori e nelle menti dei partecipanti e di noi organizzatori. Questa resterà memorabile per la suggestiva atmosfera che si è creata, per le immagini e le sensazioni addirittura commoventi.
Un piccolo fiume di fiammelle e bandiere ha ornato la scalinata sottostante alla fontana di Montuzza, nuovamente illuminata di tricolore grazie all'intervento del Comune che ha accolto la nostra richiesta. Il corteo nel parco della rimembranza ha regalato sensazioni uniche, per poi fermarsi innanzi al monumento agli infoibati per il momento più solenne, con la deposizione di una corona ed un minuto di rispettoso silenzio, dopo aver ascoltato la lettura di una testimonianza veramente emblematica, quella della rovignese Edda Rocco. Davanti al monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale, si è tenuto un breve discorso che partendo dalla necessità di ricordare la nostra storia in tutte le sue sfumature, ha rimarcato la genuinità dei valori che ci animano, prima di concludere con una torciata tricolore. 
La luce delle fiaccole ha riscaldato la fredda serata e gli animi di tutti, rendendo davvero toccante questa manifestazione, in ricordo dei caduti per troppo tempo dimenticati, in onore delle nostre genti costrette a spargersi nei cinque continenti.
IERIMO... SEMO... SAREMO! 


   

 

 
            
 


         





sabato 14 febbraio 2015

CONFERENZA IL FALSO MITO DELL’AUSTRIA FELIX



Venerdì 14 novembre l'amico Luigi Fattorini, studioso di storia contemporanea, ha accolto il nostro invito a trattare un tema storico ultimamente assai dibattuto: le condizioni della nostra regione durante gli ultimi decenni di dominazione austro-ungarica. Un argomento che, anche alla luce della recente crescita di movimenti “anti-nazionali” spinti dalla crisi economica e sociale in atto, viene spesso trattato in maniera pressapochista, in base a luoghi comuni e stereotipi, spesso utilizzati da chi vuole solo denigrare l'italianità e riscrivere la nostra storia a suo piacimento.

Chi, come Luigi, ha approfondito questa importante pagina di storia, analizzando studi seri e documentati, sa bene che l'Impero Austro-Ungarico non era affatto quel “giardino dell'Eden” che qualcuno oggi vorrebbe far credere, in quanto era scosso da nazionalismi, pulsioni centrifughe e tensioni sociali che lo portarono al collasso. Va anzi ricordato che le forti tensioni tra Italiani  da un lato, Sloveni e Croati dall'altro, sono sorte ed hanno iniziato a manifestarsi con violenza proprio durante la dominazione asburgica. Introdotto da Gabriele Bosazzi, Luigi ha tracciato una carrellata di situazioni ed eventi molto interessante,  con l'ausilio di cartine ed immagini d'epoca. Si è partiti dal periodo risorgimentale ed in particolare dai moti del 1848, che nella nostra regione dischiusero le porte alla diffusione dei sentimenti nazionali. 
Immagine celebrativa della "Dieta del nessuno"
I primi segnali di un patriottismo italiano si manifestarono soprattutto in Istria, con alcune manifestazioni di piazza e con la fuga di qualche centinaio di giovani verso Venezia, a sostenere la rivolta capeggiata da Daniele Manin e Nicolò Tommaseo. Più tardi, i rappresentanti italiani dell'Istria si segnalarono con la cosiddetta “Dieta del Nessuno”, la prima assemblea provinciale istriana tenutasi nel 1861, durante la quale 21 deputati, chiamati ad eleggere due rappresentanti da inviare al parlamento di Vienna, scrissero sulla scheda la parola “nessuno”, quale clamorosa manifestazione di protesta verso il governo. Sei giorni dopo, la votazione fu ripetuta con il medesimo risultato ed inoltre, anziché inviare all’imperatore il rituale indirizzo di omaggio che esprimeva “a nome delle popolazioni i sentimenti di gratitudine, riconoscenza, obbedienza e fedele sudditanza”, si inviò una richiesta “di prendere in benigno riguardo le sventure, i bisogni ed i voti di questa infelice provincia”. In questa prima fase, Trieste non si manifestava ancora con accenti marcatamente patriottici, pur essendo popolata in gran maggioranza da italiani; non mancavano i patrioti a Trieste, ha sottolineato Fattorini, ma buona parte di essi teneva ancora un atteggiamento lealista, pur rivendicando la difesa della cultura italiana e dei diritti della propria nazionalità. C'era però anche chi sosteneva posizioni più radicali, come ad esempio Giovanni Orlandini, che durante i fermenti del 1848 cercò, con scarso seguito, di incitare i triestini alla rivolta sull’esempio veneziano.

E' stata quindi spiegata la nascita dell'irredentismo, che si colloca negli anni settanta dell'Ottocento, caratterizzata da un rapido sviluppo in Italia, in buona parte quale movimento antagonista ed antigovernativo, animato da elementi repubblicani, di ispirazione mazziniana e garibaldina, avversi alla classe dirigente liberale ed alla monarchia sabauda. Un ruolo fondamentale nel movimento irredentista nel Regno d’Italia fu svolto dai fuoriusciti che avevano dato vita al fenomeno dell'emigrazione politica; essi erano triestini, goriziani, istriani, fiumani, dalmati e trentini che si erano trasferiti in Italia in quanto perseguiti dalle autorità austriache per le loro idee o, in altri casi, per contribuire a sensibilizzare l'opinione pubblica ed il governo italiani. Tra i più noti ed attivi si segnalarono Tomaso Luciani di Albona, Carlo Combi di Capodistria, i triestini Raimondo Battera (promotore del “Circolo Garibaldi di Trieste” con sede a Milano) e Salvatore Barzilai, politicamente attivo a Roma. Va ricordata anche l'Associazione Pro Italia Irredenta del napoletano Matteo Renato Imbriani, coniatore del termine “terre irredente”, da cui scaturì la parola “irredentismo”. Oltre a queste associazioni repubblicane, invise al governo italiano, operava anche la più moderata Dante Alighieri, che si occupava del mantenimento della lingua italiana all'estero. In Istria, l'azione era ovviamente molto più legalitaria, non esplicitamente separatista, ma non meno intensa; sorse una vera e propria battaglia per la difesa dei “diritti nazionali”, combattuta a tutto campo, sul piano politico, culturale, scolastico e persino in ambito sportivo e ricreativo. In tale contesto fu fondata a Trento la Società Pro Patria, ben presto sciolta dalle autorità per un semplice telegramma di auguri alla Dante Alighieri; dalle ceneri di questa associazione, nacque nel 1891 la Lega Nazionale, che si occupò di istituire e mantenere una vasta rete di scuole italiane, sopperendo alle carenze della scuola pubblica, in particolare nelle zone a popolazione mista, dove era più in pericolo la sopravvivenza della cultura italiana.

La carta del Kobler - 1848
 Nel frattempo, però, erano sorti anche il movimento nazionale croato e quello sloveno. Già nel 1848 il cartografo sloveno Kozler realizzò una mappa che attestava le prime rivendicazioni, includendo in una ipotetica compagine slovena anche Trieste e Gorizia. Portavoce delle idee nazionali fu soprattutto il clero e i Vescovi del Litorale (titolari delle cattedre di Trieste-Capodistria, Parenzo-Pola e Veglia) sulla cui nomina incideva molto la volontà dell’Imperatore e che non a caso erano quasi sempre slavi. In seguito però emerse anche un nazionalismo sloveno e croato di estrazione borghese, specie quando si interruppe il processo di assimilazione nella maggioranza italiana di chi si inurbava nei grandi centri come Trieste. Il crescente movimento nazionale sloveno e croato si dimostrò in buona parte fedele allo stato asburgico, tuttavia non mancò di esprimersi anche un progetto “panslavista” che mirava a creare una compagine statale indipendente che riunisse gli “slavi del sud”, unendo sloveni, croati e serbi. Proprio per contrastare questo movimento e preservare il sostegno dei sudditi sloveni e croati, sorse nell'ambito della monarchia asburgica il noto progetto “trialista”, caldeggiato in particolare dall'erede al trono Francesco Ferdinando; si trattava dell'ipotesi di concedere anche agli slavi del sud il massimo grado di autonomia già accordato agli ungheresi nel 1866, riformando l'impero su tre regni. Un tanto risentiva del preponderante peso numerico degli Slavi inclusi nell’impero, oltre che dello spostamento ad est degli interessi strategici degli Asburgo, dopo la perdita di territori italiani ed il protettorato (poi annessione) della Bosnia Erzegovina.

Una delle prime esplicite espressioni governative anti-italiane è costituita dalla direttiva diramata da Francesco Giuseppe al Consiglio dei Ministri, nel 1866, che invitava ad opporsi all’influsso dell’elemento italiano ancora presente dopo la perdita del Veneto ed a procedere alla sua “germanizzazione o slavizzazione” a seconda delle zone. Tale direttiva si collocava nel contesto della recente III Guerra d’Indipendenza, dopo la quale l’Imperatore era convinto della generale infedeltà ed inaffidabilità dei suoi sudditi italiani.

Buona parte degli storici è concorde nel ritenere che tale politica ebbe effetto soprattutto in Dalmazia, dove nei decenni successivi si registrò una rapida e drastica diminuzione della presenza italiana; va però ricordato che in tal senso giocò un ruolo fondamentale anche il processo di “nazionalizzazione delle masse”, ovverosia l'ampia diffusione di una coscienza nazionale tra la popolazione ed una più estesa partecipazione alla vita politica, fenomeno favorito dalla graduale estensione del diritto di voto. In Dalmazia si vide così ridursi drasticamente la cultura italiana, con la sola eccezione della città di Zara, dove gli italiani erano in netta maggioranza. I Croati cominciano con il conquistare la guida dei Comuni più importanti, proprio grazie al loro numero preponderante, divenuto decisivo con la partecipazione alle elezioni di più ampie fette di popolo. Successivamente detti Comuni iniziarono a sostituire buona parte delle scuole italiane con quelle di lingua croata, dando così un colpo decisivo alla nostra cultura, soprattutto in un contesto minoritario e lontano dai grandi centri italiani.

In Istria la situazione era ben diversa, perché gli Italiani erano altamente concentrati nei principali centri abitati, anche dell'interno, di cui erano una forte maggioranza con posizioni politico-economiche importanti, quindi più difficili da scalzare. Nelle campagne dell'interno, però, vi era una forte maggioranza croata (e slovena a nord) che iniziò a partecipare all'agone politico. Nonostante la situazione più favorevole, anche gli Italiani d’Istria ed i triestini iniziarono a temere di subire la stessa sorte dei connazionali dalmati, anche perché essi percepivano un “senso di accerchiamento”, in quanto osteggiati dai loro vicini slavi ma anche dal potere governativo austriaco.

Iniziò quindi una forte contrapposizione, fatta di battaglie elettorali ma anche caratterizzata dall'impegno patriottico profuso da numerose associazioni culturali, ricreative e sportive, oltre che da musicisti, poeti e letterati. E’ passato alla storia il caso emblematico di Pisino, piccolo ma importante centro dell'Istria interna, il cui nucleo storico era abitato da una piccola ma agguerrita comunità italiana, circondata però da frazioni ed altri comuni a massiccia maggioranza croata; molto interessante il dato ricordato da Fattorini tratto da uno studio del prof. Vanni D’Alessio: alla vigilia della Grande Guerra, nel comune censuario di Pisino si contavano 54 associazioni su circa 4.400 abitanti, mentre Pola contava alla stessa data 66 associazioni su circa 58.000 abitanti. Non mancavano manifestazioni e scontri di piazza, riportati dalle cronache giornalistiche dell’epoca e dai libri della pisinota Nerina Feresini, che testimoniavano l'alto livello di conflittualità cui si era giunti.

Piazza Tartini a Pirano, teatro dei tumulti del 1894.
Uno degli episodi più celebri fu la “rivolta di Pirano” del 1894. Nell’ambito di una più vasta politica volta ad assicurarsi l’appoggio delle popolazioni slave dell’Impero, già nel 1883 era stato formalmente introdotto anche in Istria il bilinguismo; 11 anni dopo fu emessa un’ordinanza del ministero della giustizia, la quale stabilì che i giurati della corte d’assise dovessero conoscere anche la lingua slava parlata sul territorio; si ordinò inoltre che tutti i tribunali distrettuali dovessero cambiare insegne, timbri, e quant’altro introducendo a tutti gli effetti il bilinguismo. Un tanto scatenò reazioni negative nelle sedi di tribunale collocate in città a schiacciante maggioranza italiana, come a Rovigno ed a Pirano; fu in quest’ultima cittadina che si verificarono i tumulti più consistenti, quando fu affissa la tabella bilingue sulla facciata dell’edificio; oltre ad uno sciopero generale ed a massicce manifestazioni, si verificò un tentativo di sfondare le porte del tribunale ed un attacco alle case di due preti del paese, italiani ma ritenuti filo-governativi da molti manifestanti. Le autorità inviarono a Pirano ingenti truppe e per poco non si giunse a conseguenze più gravi. Diverse cittadine istriane videro tanta gente scendere in piazza per protesta ma i piranesi ricevettero espressioni di solidarietà da ambienti liberali del Regno d’Italia, e anche di altri stati europei; la famigerata tabella rimase però al suo posto. I Piranesi decisero allora di rifarsi erigendo un monumento al loro più illustre cittadino, Giuseppe Tartini, che venne inaugurato il 2 agosto 1896; fu una grande festa che assunse toni patriottici ed attirò Italiani da tutta l’Istria.

Non va dimenticato che le tensioni nazionali erano ormai evidenti anche in altre parti dell'impero, in particolare per i conflitti tra Cechi e Tedeschi e tra Ruteni e Polacchi.

Negli ultimi 2 decenni del XIX secolo il movimento nazionale italiano si sviluppò anche a Trieste, che divenne ben presto la città simbolo dell'irredentismo. Proprio per quanto riguarda il capoluogo giuliano, sono stati proiettati i dati del censimenti ufficiali austriaci e Fattorini ha espresso alcune importanti considerazioni.
Censimenti del Comune di Trieste
Osservando la dinamica demografica dal 1880 al 1910, si osserva un forte aumento della popolazione di lingua slovena, in particolare nel 1910, quando essa risulta più che raddoppiata rispetto a 10 anni prima. Si è ricordato come i dati dell’ultimo censimento che abbiamo a disposizione sono frutto di una revisione imposta dal governo, che non gradiva i risultati prodotti inizialmente; va infatti precisato che le rilevazioni della nazionalità erano svolte da personale dei comuni e spesso, quindi, la maggioranza che reggeva il municipio poteva cercare di influire sugli esiti. Ad ogni modo, è assolutamente evidente come nell’ultimo periodo considerato c’era stata una massiccia immigrazione di sloveni a Trieste e Gorizia come di croati a Pola,  che verosimilmente fu anche favorita dal governo in chiave anti-italiana. Analogamente va ricordato che buona parte di coloro che erano classificati come “stranieri” erano in realtà italiani “regnicoli”, che vivevano in territorio austriaco anche da molti anni, ma ai quali non era stata concessa la cittadinanza austriaca; alcuni studi hanno stimato una presenza regnicola di circa 30.000 unità nella sola Trieste.  

A quelle nazionali si aggiungevano anche le tensioni sociali, tanto più evidenti se si valuta la nascita ed il veloce sviluppo del movimento socialista nel “Litorale”, che seppe conquistare ben presto importanti successi elettorali e posizioni politiche, soprattutto a livello parlamentare. L'episodio più noto e significativo di tali tensioni fu lo sciopero dei fuochisti del Lloyd Austriaco del 1902; quegli operai della società di navigazione chiedevano nient'altro che migliori condizioni di lavoro, ma si videro opporre una dura repressione militare, con 14 morti e decine di feriti tra i manifestanti. Questo atteggiamento intransigente fu dettato dal generale Conrad von Hoetzendorf, che guidò le truppe e che vedeva anche dietro a quella manifestazione degli intenti “nazionalisti” di parte italiana, a torto, visto che la manifestazione era seguita ad un comizio da parte del Partito Socialista, che stava appoggiando le rivendicazioni dei lavoratori. Si trattava dello stesso von Hoetzendorf che in seguito, raggiunte le più alte cariche militari, propose di attaccare militarmente l’Italia durante i soccorsi del tragico terremoto di Messina, nel 1908, ma anche di scatenare una “guerra preventiva” contro la Serbia.

In questo clima incandescente si arrivò allo scoppio della Prima Guerra Mondiale ed all'entrata nel conflitto dell'Italia contro l’Impero Austro-Ungarico, cui seguì l'apice dell'odio verso gli italiani, da parte degli slavi ma anche delle autorità asburgiche, che a quel punto vedevano tutti gli Italiani come dei traditori. A tal proposito, il relatore ha ribadito come l’Italia, in quel contesto, non era obbligata al rispetto della Triplice Alleanza, in quanto trattato difensivo; in quel caso, infatti, erano state Austria e Germania a dichiarare guerra ad altri stati, oltretutto senza informare preventivamente l’alleato italiano, obbligo previsto dal medesimo trattato.

Ad ogni modo, nel maggio del 1915, la rabbia austriaca si scatenò indiscriminatamente contro tutti i sudditi italiani di Francesco Giuseppe e soprattutto sui loro simboli nazionali, anche se buona parte di essi, ovviamente, non aveva avuto alcun ruolo nella decisione del governo italiano di muovere guerra all’Austria. Come noto, a Trieste, vennero incendiate la sede de Il Piccolo, la Ginnastica Triestina, danneggiati il monumento a Verdi, molti negozi di “regnicoli” e tante altre proprietà o istituzioni italiane.
Famiglie intere rinchiuse nel campo di internamento di Wagna
Un altro provvedimento molto grave, di cui ultimamente si è iniziato a parlare, fu la deportazione di molte migliaia di persone (alcuni studiosi parlano di circa 100.000 unità) nei campi di internamento allestiti nell’Austria interna (per lo più in Stiria) e in Ungheria. Furono deportati irredentisti o presunti tali, ma in molti casi anche i familiari dei volontari irredenti, che avevano scelto di combattere nelle file italiane. Ma al di là dei deportati per motivi politici, vennero tradotte in massa in questi campi anche le intere popolazioni della bassa Istria, ufficialmente per motivi di sicurezza, vista la presenza della base della Marina Militare di Pola. Con il protrarsi della guerra, le condizioni di vita in questi campi divennero molto dure e la mortalità, in alcuni di essi, raggiunse livelli tragici. Questi “barackenlager” furono finalmente sgomberati a partire dalla primavera del 1917, a seguito delle proteste di un gruppo di internati istriani e del sostegno di alcuni deputati italiani cattolici e socialisti al Parlamento di Vienna. I detenuti politici, però, furono destinatari di altre misure restrittive, come il confino. Non a caso, la chiusura dei campi avvenne dopo la morte di Francesco Giuseppe e del primo ministro Karl von Sturgkh, i cui successori (Carlo I e Ernest von Koerber) si dimostrarono più tolleranti.

Si è infine analizzato il delicato momento della fine della Grande Guerra, con i soldati e marinai italiani che arrivarono nelle nostre città, accolti dalla popolazione festante, dopo che a Villa Giusti veniva firmato l’armistizio tra Italia ed Austria.

La conferenza ed il dibattito finale sono stati un momento formativo molto importante per tutti i presenti, che hanno avuto modo di approfondire fatti e situazioni di quel periodo storico e di inquadrarli correttamente nel contesto dell’epoca. Un grazie a Luigi Fattorini, per aver messo a nostra disposizione la sua competenza ed il frutto dei suoi studi.